Da Roma a Firenze, da Varese a Genova, le amministrazioni locali condividono strumenti e pratiche per portare le politiche del cibo al centro dell’agenda pubblica
Alla due giorni promossa e organizzata da Comune di Roma, FederBio e Slow Food Italia oltre 5 mila presenze, 50 produttori e rappresentanti da 11 Comuni
Roma, 8 giugno 2026 – Le città italiane impegnate nelle politiche del cibo si alleano e formalizzano la volontà di lavorare insieme, condividendo strumenti, modelli di governance e pratiche amministrative. E individuano nelle aree interne uno dei nodi strategici attorno a cui costruire questa alleanza: rafforzare il legame tra i centri urbani e i territori agricoli che li alimentano è la condizione per rendere le città davvero sostenibili e restituire alle aree rurali le condizioni per non spopolarsi.
Questi i risultati principali emersi da Buono e Bio in Festa, la due giorni promossa da Roma Capitale, FederBio e Slow Food Italia che il 6 e 7 giugno ha riunito all’Orto Botanico di Roma circa 5.000 visitatori, 42 relatori, più di 50 produttori e trasformatori provenienti da tutta Italia e rappresentanti di undici città e territori, per discutere il futuro delle food policy nel nostro Paese. Il confronto tra le amministrazioni presenti ha mostrato come le politiche del cibo stiano diventando uno strumento di governo trasversale, capace di tenere insieme agricoltura, salute, ambiente, welfare e sviluppo territoriale.
“Le città hanno la responsabilità di lavorare sulle politiche del cibo, che è il primo diritto degli esseri umani, ancor prima dell’abitare”, afferma Sabrina Alfonsi, Assessora all’Agricoltura, all’Ambiente e al Ciclo dei rifiuti di Roma Capitale. “Se si parla di lotta alle diseguaglianze occorre partire da qui, con un’azione che è economica ma anche culturale: a Roma, le sacche territoriali a maggior disagio economico corrispondono paradossalmente a quelle di maggior spreco alimentare. È la politica del cibo a 0,99 euro al chilo, che massacra gli agricoltori e riempie i frigoriferi di alimenti non necessari e di scarsa qualità, spinti dalla forza pervasiva della logica della grande distribuzione”. Per invertire questo macro trend, secondo Alfonsi, “servono politiche che partano dalle città. I Comuni hanno la responsabilità della salute dei cittadini, e uno dei primi passi è la prevenzione attraverso scelte alimentari più sane, che rispettino l’ambiente. Servono politiche di coinvolgimento sociale, a partire dagli orti urbani. Ma anche stabilire un rapporto importante con le aree interne. Lavorare sulla coltivazione e sull’agricoltura biologica nelle zone di colline e montagna, lontane dai flussi economici predominanti, significa provare a invertire, o almeno calmierare, quel trend che porterà il 70-75% della popolazione mondiale a vivere nelle città, che sono aree di inquinamento. Ridare vita alle terre interne significa restituire alle città la possibilità di essere davvero sostenibili”.
Roma ha illustrato un percorso costruito in cinque anni che ha trasformato progressivamente il modo in cui la città si rapporta al proprio territorio e alla propria vocazione agricola. Il Consiglio del Cibo, strumento di governance partecipata che coinvolge oltre 250 soggetti collettivi, è diventato uno dei riferimenti più citati dalle altre amministrazioni presenti. Il Comune garantisce ogni giorno circa 140-150 mila pasti biologici e a filiera corta nelle scuole pubbliche, su un territorio in cui 82mila ettari su 128mila totali sono verde e aree agricole. Gli orti urbani comunitari nelle periferie, dotati per la prima volta di una voce dedicata nel bilancio comunale, e gli oliveti affidati alla cura di cittadini e associazioni completano un quadro in cui il cibo è diventato asse esplicito dell’azione di governo. È in costruzione inoltre uno dei parchi agricoli più grandi d’Europa, che prevede orti comunitari, appezzamenti affidati a cooperative sociali e sperimentazioni in collaborazione con le università.
Da Firenze, la vicesindaca Paola Galgani ha presentato il Distretto Biologico dell’area fiorentina, riconosciuto dalla Regione Toscana all’inizio del 2026 e cresciuto da cinque a nove amministrazioni comunali. Il Distretto è uno strumento di governance che riunisce imprese, associazioni e aziende agricole intorno a obiettivi condivisi di accessibilità economica del biologico, tutela ambientale e garanzie sul lavoro. Parallelamente, l’amministrazione sta lavorando alla trasformazione di una parte del mercato ortofrutticolo comunale, proprietà pubblica per il 65%, in un food hub per le produzioni di prossimità, per sostenere le piccole aziende biologiche che senza una rete distributiva rischiano di restare invisibili al mercato. “Il primo obiettivo è un cibo sano, buono e giusto, ma anche sostenibile da un punto di vista economico. Dobbiamo evitare che il biologico diventi una scelta accessibile solo a chi può permettersela”, ha dichiarato Galgani.
“Il cibo può essere il paradigma di un nuovo modello di sviluppo. È importante fare squadra: i modelli non sono direttamente trasferibili, ma devono essere trasformati in qualcosa di unico nei vari territori”, ha aggiunto l’assessore all’Agricoltura del Comune di Perugia David Grohmann. Perugia ha portato l’esperienza di una città che costruisce le proprie food policy a partire dal contrasto allo spreco alimentare nelle 63 mense comunali, il sostegno ai Gruppi di Acquisto Solidale e Popolare – che includono una quota di cassette distribuite gratuitamente alle famiglie che non possono permettersela – e l’avvio di un atlante del cibo per mappare gli attori della filiera locale. L’obiettivo dichiarato è costruire anche a Perugia un consiglio del cibo, adattato alla scala e alle specificità di un territorio vastissimo, con una forte presenza di terre agricole: 250 chilometri quadrati su 450 complessivi, con una popolazione distribuita in borghi storici.
Genova rappresenta il caso più recente: una delega alle politiche del cibo conquistata da un anno, una struttura amministrativa da costruire quasi da zero. È proprio l’esperienza genovese a restituire con più chiarezza il senso della rete che si è consolidata all’Orto Botanico. “L’alleanza che si sta creando tra le amministrazioni locali ci permetterà di avere risultati nelle politiche del cibo. Quando parliamo di food policy tra amministrazioni comunali riusciamo ad aiutarci: non si crea la competizione del ‘io devo fare meglio’ ma ci si chiede ‘come ti aiuto?’”, ha dichiarato Francesca Ghio, vicepresidente del Consiglio Comunale e consigliera delegata alle Politiche del Cibo. Dal Sud arriva l’esperienza di Melpignano, con la sindaca Valentina Avantaggiato, che rivendica: “il cambiamento delle politiche alimentari, anche nella produzione agricola, deve essere supportato dall’intervento pubblico: la microproduzione, il ritorno ai campi dei giovani sono elementi che ci permettono di garantire l’accesso a cibo buono e di qualità a tutti. Altro che dieta mediterranea: nel sud del Paese l’obesità è in crescita, è nostra responsabilità invertire questa tendenza”.
Un altro asse del confronto tra amministrazioni locali ha riguardato i territori che producono il cibo consumato nelle città. Le aree interne rappresentano quasi l’80% del territorio nazionale, sono abitate dal 25% della popolazione e custodiscono il 92% delle DOP italiane. Eppure tra il 2000 e il 2020 le aziende agricole italiane si sono ridotte del 52%: oltre 1,2 milioni di realtà scomparse, l’80% delle quali nelle aree interne. L’Italia ha già raggiunto in diverse regioni l’obiettivo europeo del 25% di superficie coltivata a biologico entro il 2030: la capacità produttiva c’è, quello che manca è una domanda pubblica strutturata capace di valorizzarla. Le scelte di acquisto delle grandi città, nelle mense scolastiche, nella ristorazione ospedaliera, nei mercati contadini, sono uno degli strumenti più diretti per sostenere la tenuta economica di questi territori. Nelle prossime settimane verrà istituito dai soggetti partecipanti a Buono e Bio in Festa un tavolo politico dedicato alle aree interne di montagna, con l’obiettivo di costruire un modello di riferimento nazionale adattabile alle diverse specificità dei territori.
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