Sono serviti 15 anni ma ora anche l’Italia ha una normativa sull’agricoltura naturale. Superfici raddoppiate e fondi per tre miliardi fino al 2027: tutto risolto quindi? No. Il nodo dei costi all’origine

Dopo quindici anni, tre legislature e molte polemiche, l’Italia ha finalmente una legge sul bio. A inizio marzo il Parlamento ha approvato in maniera definitiva il disegno di legge n. 988, intitolato «Disposizioni per la tutela, lo sviluppo e la competitività della produzione agricola, agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico». Dopo tanta attesa e dopo che il dibattito sull’inclusione dell’agricoltura biodinamica nel provvedimento ne aveva ritardato ulteriormente l’approvazione, le associazioni del settore hanno esultato. A loro parere si tratta di «una norma chiave per supportare la transizione ecologica dei sistemi agricoli e per l’intero comparto agroalimentare italiano», una legge che «consente anche all’Italia di allinearsi alle politiche Ue che puntano a una crescita consistente del settore». Non che negli ultimi tempi non ci sia stata. Tra 2010 e 2020, in Italia, il numero degli operatori è cresciuto del 71 per cento e quello delle superfici dell’88. Questo nel medio termine. Nel breve, però, c’è stato un rallentamento, con le superfici che nel 2020 sono aumentate del 5,1 per cento e gli operatori solo dell’1,3.

Per migliorare, secondo la presidente di FederBio Maria Grazia Mammuccini, bisogna «dare gambe agli obiettivi della legge attraverso iniziative e strumenti concreti». Complessivamente tra i contributi della Pac, cioè della Politica agricola comune Ue, e poi quelli del Pnrr, e quelli del fondo per il biologico istituito dalla Finanziaria del 2020, e quelli del nuovo fondo per la ricerca e l’innovazione, il settore avrà a disposizione da qui al 2027 quasi tre miliardi di euro. «Così tante risorse – riprende la presidente Mammuccini – non s’erano mai viste. Vanno spese bene».

In Italia, negli ultimi dieci anni, la percentuale di superficie agricola utilizzata per uso biologico è raddoppiata, passando dall’otto al sedici per cento del totale. Siamo uno dei primi Paesi in Europa. Ma ora l’Unione, con la strategia Farm to Fork, ha indicato per il 2030 l’obiettivo del 25 per cento. I fondi senza precedenti servono per tagliare questo traguardo. Il punto, però, non è solo coltivare. Serve una strategia. […]

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FONTE


TESTATA: Corriere della Sera
AUTORE: Paolo Riva
DATA DI PUBBLICAZIONE: 19 maggio 2022