Il percorso biologico in agricoltura non è solo salubre per l’uomo, ma per l’ambiente e per l’economia. E ha bisogno di scelte economiche che lo sostengano.

In Italia il 20% della produzione agricola è certificata biologica (il doppio della media europea), cioè senza l’uso di fertilizzanti, antiparassitari o altro di origine chimica. La quota della viticoltura è pressoché identica, 21%. Un dato questo sicuramente in crescita, ma che ancora non arriva al consumatore al momento della scelta, mettendo in sofferenza le produzioni ecosostenibili.

Fare biologico ha dei costi maggiori in termine di produzione, anche perché maggiori sono i rischi naturali che possono incidere sulla resa, qualitativa e quantitativa, del prodotto finale. Questo comporta una produzione rispettosa dell’ambiente e di qualità che inevitabilmente ha impatto sul prezzo al consumatore e appare quindi meno interessante per il mercato della grande distribuzione.

Il tema è stato affrontato lo scorso 24 gennaio a Roma in un convegno organizzato in occasione della presentazione di Un Mare di foglieGuida Bio – Selezione Vini 2026, il progetto editoriale diretto da Antonio Stanzione e pubblicato da Rubbettino Editore, e al quale hanno preso parte Alessandro D’Elia, Direttore Generale di Suolo e Salute, Maria Grazia Mammuccini, Presidente di FederBio, l’enologo Vincenzo Mercurio, Sabrina Alfonsi, Assessore all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti del Comune di Roma, e Diana Lenzi, responsabile del settore vitivinicolo di Coldiretti.

Il mondo dell’agricoltura, ma non solo, si trova di fronte ad una forte contraddizione. Quello che il consumatore risparmia nell’acquisto, ha fatto notare la Presidente di FederBio Maria Grazia Mannuccini citando uno studio Deloitte sull’agricoltura olandese, diventa una spesa collettiva per i danni che la produzione agricola standard produce come effetti secondari. A fronte, infatti, di un valore economico pari a 13,3 miliardi di euro, si causano anche costi sociali pari a 18,6 miliardi di euro. In sostanza, tra emissioni di gas serra (7,9 miliardi), inquinamento da azoto (7,2 miliardi) e perdita di biodiversità (2,58 miliardi), il sistema lascia un buco a carico della società, un deficit annuale di 5,3 miliardi di euro.

Al contrario il biologico, combinato con le innovazioni già disponibili e una migliore efficienza delle risorse, porterebbe il bilancio in positivo per 2,7 miliardi di euro.

Sono, quindi, due gli aspetti che dovrebbero essere affrontati per risolvere questa contraddizione. Da una parte l’aspetto culturale: una maggiore consapevolezza del consumatore nella scelta di quello che vuole consumare; la necessità di sostenere economicamente la scelta di una agricoltura e una viticoltura che fa bene al territorio e alla sua economia, non solo perché direttamente produttiva, ma perché tutela il territorio stesso, l’ambiente in cui queste aziende producono.

Il tema della consapevolezza del consumatore non è irrilevante, come ha fatto notare Alessandro D’Elia, citando il caso del bollino Zero Residui che si può apporre su un prodotto che ha subito decine di trattamenti chimici, purché si attenda un periodo abbastanza lungo perché ne abbia smaltito abbastanza da risultare nei limiti di tolleranza. Come a dire che l’aria di Roma e Milano è pulita perché non supera i limiti di legge che ne imporrebbero, in quel caso, il blocco del traffico.

Ma come per le auto elettriche probabilmente dovrebbe esistere un incentivo all’acquisto anche per il consumatore, che ovviamente non può essere diretto, ma veicolato tramite il settore della grande distribuzione: «Questo è giustissimo, dice la Presidente di FederBio, Maria Grazia Mammuccini. Credo sia la quarta finanziaria in cui abbiamo proposto delle misure, ad esempio l’abbassamento dell’IVA sui prodotti biologici, proprio per utilizzare la fiscalità per favorire la vendita di prodotti a basso impatto ambientale. Se abbassi l’IVA non crei problemi né alle imprese e favorisci un prezzo più basso per i cittadini. Ma abbiamo proposto anche dei bonus per quanto riguarda l’infanzia, per quanto riguarda le donne in gravidanza, proprio perché ormai il bio è chiaro che abbia un impatto positivo sulla salute e oltre che sull’ambiente. Il problema è che purtroppo per queste proposte non sono state mai trovate le necessarie coperture finanziarie. Le scelte di tipo ambientale, oltre che sostenendo gli agricoltori, sì sostengono anche facendo cambiare i consumi e i consumi si cambiano creando dei vantaggi per i cittadini e creando una comunicazione, un’informazione che gli faccia capire bene che quando sceglie un cibo, sceglie anche un modo di fare agricoltura che rispetta il territorio, che rispetta l’ambiente e che rispetta anche la salute del cittadino».

«Si sta lavorando – continua la Presidente di FederBio – anche per equilibrare il rapporto della grande distribuzione. L’ obiettivo è quello del giusto prezzo sia per il consumatore finale, sia per l’agricoltore, al fine di garantire un giusto reddito all’interno della filiera. Purtroppo fino ad oggi il massimo valore è dato alla trasformazione e alla distribuzione. Questo per certi aspetti è un elemento che sta schiacciando il bio verso il prezzo più basso e questo sarebbe un rischio enorme. Per cui da questo punto di vista, come dire, il ruolo della grande distribuzione è importante. Deve cambiare, dando un maggiore valore al cibo e un maggiore valore anche alle pratiche di sostenibilità, non solo come marketing ma anche come scelte concrete».[…]

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FONTE


TESTATA: Huffington Post
AUTORE: Francesco Rea
DATA DI PUBBLICAZIONE: 29 gennaio 2026