All’incontro erano presenti dirigenti e funzionari dei ministeri interessati, degli Istituti zooprofilattici, degli assessorati di tutte le Regioni ma, a parte la disponibilità del commissario a coinvolgere le associazioni in una eventuale futura task force, nessun riscontro chiaro sui rilievi tecnici puntuali sottoposti al commissario.
La peste suina africana avanza e questo modello di gestione si lascia alle spalle un deserto zootecnico. La mobilitazione delle associazioni continua, e si allarga.
Nei giorni scorsi si è svolto l’incontro tra il Commissario straordinario alla peste suina africana, Giovanni Filippini, e i rappresentanti delle quindici organizzazioni – Slow Food Italia, FederBio, Legambiente, AssoBio, AIAB, AIAB Emilia-Romagna, AIAB Toscana, AIAB Liguria, La Buona Terra, Veterinari Senza Frontiere Italia, ARI (Associazione Rurale Italiana), RARE (Associazione Razze autoctone a rischio di estinzione), ONAS (Organizzazione Nazionale Assaggiatori Salumi), UCI (Unione Coltivatori Italiani), Consorzio di Tutela della Cinta Senese DOP – che una settimana fa avevano chiesto un urgente momento di confronto, finalizzato alla revisione delle misure previste per contrastare l’emergenza sul territorio nazionale. Hanno partecipato all’incontro rappresentanti di tutte le istituzioni interpellate dalle associazioni. Il commissario ha illustrato la strategia di gestione della peste suina, ricordando la necessità di salvaguardare l’area in cui si concentra la produzione industriale di salumi, ricordando il valore economico di questo settore.
Le associazioni hanno esposto le ragioni per cui si ritiene che l’ordinanza commissariale 4/2026 penalizzi ingiustamente le aziende estensive. La nuova ordinanza del commissario attribuisce agli allevamenti all’aperto un maggior rischio di diffusione della peste suina rispetto agli allevamenti industriali e con animali stabulati, ma, secondo le associazioni, questo non è sostenuto da evidenze scientifiche ed epidemiologiche, e hanno chiesto di accedere ai dati sui quali si è impostata questa strategia. Secondo EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, dall’inizio dell’epidemia l’80% dei focolai nei suini domestici in Italia ha interessato allevamenti con più di cento capi, stabulati. Dei 44 focolai censiti dagli istituti zooprofilattici nel Nord Ovest, solo due riguardano allevamenti semibradi e altrettanti allevamenti sotto i 50 capi. Così, i dati disponibili non dimostrano che gli allevamenti di piccola dimensione siano caratterizzati, in Italia, da un rischio maggiore tale da giustificare automaticamente misure più restrittive, eppure nei loro confronti si adottano misure drastiche, le cui conseguenze generano ulteriori fenomeni di marginalizzazione e abbandono nelle aree interne: la scomparsa di queste aziende ha conseguenze che vanno oltre il singolo settore produttivo.
Le associazioni ritengono che la priorità attribuita alla tutela del comparto suinicolo industriale determinerà conseguenze sproporzionate sui sistemi estensivi, biologici e di piccola scala e sul patrimonio rappresentato dalle razze suine autoctone. Un patrimonio comune, la cui perdita sarà irreversibile e che, anziché essere protetto dalla peste, ne risulta annullato.
Le associazioni ritengono indispensabile modificare questo approccio revisionando l’Ordinanza 04/2026 e adottando misure di valutazione del rischio adeguate alle realtà di allevamento estensivo. Oggi, al contrario, per le valutazioni si utilizzano strumenti pensati per le aziende intensive. Al commissario Filippini è stata inoltre manifestata seria preoccupazione per la fretta con la quale si impongono abbattimenti preventivi in allevamenti nei quali non sono presenti focolai, ma in quanto proprietà dello stesso allevatore: è accaduto, da ultimo, in Toscana, dove sono stati mandati al macello riproduttori di Cinta Senese senza prevedere misure alternative quali isolamento, sorveglianza rafforzata o quarantena prima dell’abbattimento. È grave che non siano stati predisposti piani preventivi per la salvaguardia di razze autoctone: l’area di restrizione coinvolge la Cinta Senese e il Nero di Parma, mentre la peste suina si sta avvicinando all’area in cui si alleva la razza Mora Romagnola.
L’assenza, al termine dell’incontro, di un impegno alla revisione delle misure ha aumentato il timore per le sorti dell’allevamento estensivo e biologico nelle zone di restrizione, il cui destino sembra purtroppo segnato.
Nessun ripensamento nemmeno sulle norme che riguardano la pastorizia: i pastori in transito nelle zone di restrizione, che comprendono ormai buona parte dell’Appennino, dalle province di Cuneo e di Savona al Parmense, alla Lunigiana, alla Garfagnana e fino alle porte di Firenze, dovranno tosare i propri ovini e disinfettare mezzi e animali con prodotti sanitari specifici che non risultano registrati per uso zootecnico, ma sono adatti solo ad automezzi e superfici.
Nei prossimi giorni, in attesa che il Commissario dia seguito alla disponibilità manifestata durante l’incontro convocando la task force dedicata al settore dell’allevamento estensivo, le associazioni trasmetteranno un documento contenente le proposte di modifica dell’Ordinanza n. 4/2026. Il documento conterrà inoltre una revisione e un aggiornamento delle proposte tecniche per la valutazione del rischio e delle checklist dedicate agli allevamenti estensivi e di piccola dimensione, già trasmesse oltre un anno fa alla struttura commissariale senza riscontro. Le associazioni confidano che il percorso di confronto avviato possa finalmente consentire una valutazione nel merito di tali proposte, nell’interesse di una gestione della PSA sempre più efficace e pienamente fondata sull’analisi del rischio e su dati condivisi e verificabili.
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