Le tecniche di agricoltura biologica e biodinamica aumentano la fertilità del terreno e trattengono l’acqua riducendo il bisogno di irrigazione

L’estate 2026 si sta rivelando un banco di prova durissimo per l’agricoltura italiana ed europea. Tra fine giugno e inizio luglio il termometro ha toccato punte di 38-41 gradi in gran parte del Paese, dal Piemonte alla Puglia. Le stime diffuse in questi giorni da Cia-Agricoltori Italiani parlano di una perdita di oltre un miliardo e mezzo di euro, tra danni diretti alle coltivazioni e ore di lavoro perdute nei campi. Un numero in linea con la serie storica recente: negli ultimi quattro anni gli effetti della crisi climatica hanno causato all’agricoltura italiana danni diretti e indiretti per oltre 20 miliardi di euro, sommando siccità e alluvioni.

Naturalmente non è un problema solo italiano. Un rapporto congiunto di Fao e Organizzazione Meteorologica Mondiale ha sottolineato come il caldo estremo sia un moltiplicatore globale di rischio per la sicurezza alimentare, la produttività agricola e la salute di chi lavora la terra. Il documento stima che il settore agricolo perda, ogni anno, circa 500 miliardi di ore di lavoro a causa delle temperature elevate.

Ma l’Italia, al centro del Mediterraneo, si trova in una delle zone più esposte ai colpi sferrati dalla crisi climatica. Secondo il monitoraggio di Coldiretti nella fascia che attraversa il cuore agricolo del Nord – dal Piemonte alla Lombardia, dal Veneto all’Emilia-Romagna – le produzioni più a rischio sono riso, mais e pomodori, coltivazioni che richiedono grandi quantità d’acqua proprio nelle settimane in cui la disponibilità idrica si fa più scarsa. In Toscana a soffrire maggiormente sono grano e olio, con coltivazioni in alcuni casi dimezzate e un peso crescente delle importazioni per compensare la produzione interna. L’ortofrutta rischia cali di resa e sfasamenti nei calendari di raccolta che complicano la programmazione di aziende e filiere. In quasi tutte le regioni il comparto vitivinicolo ha subito colpi consistenti.

Uno dei problemi principali è la carenza di acqua. L’Osservatorio sulle Risorse Idriche dell’Anbi (Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue) segnala che nel 2026 il fronte delle criticità idriche si sta spostando dal Mezzogiorno alle regioni settentrionali, con analogie preoccupanti rispetto al 2022, l’anno della crisi più grave degli ultimi settant’anni nel bacino del Po.

A pesare è soprattutto la scarsità di neve caduta durante l’inverno. Un deficit che la pioggia non può colmare: sui suoli induriti dalla siccità prolungata e sulle superfici impermeabilizzate, l’acqua scorre via rapidamente, provoca allagamenti localizzati e raggiunge il mare senza ricaricare seriamente le falde e le riserve idriche profonde. Un paradosso che si è manifestato con chiarezza anche nel giugno scorso, quando l’Italia ha registrato circa 700 eventi meteorologici estremi in un solo mese – tra temporali violenti, grandinate, tornado e tempeste di vento – senza risolvere il problema siccità. Ormai il 28% del territorio italiano è classificato a rischio degrado e desertificazione.

Lo studio DOK Trial, condotto in Svizzera dagli istituti FiBL e Agroscope a partire dal 1978 e documentato in più di 130 pubblicazioni scientifiche, dimostra che i suoli gestiti con metodo biodinamico hanno un contenuto più elevato di carbonio organico e un’attività microbica più intensa rispetto ai sistemi convenzionali. Sono le caratteristiche, spiegano i ricercatori, che migliorano la struttura fisica del terreno e favoriscono l’infiltrazione dell’acqua piovana in profondità.

Ma il problema non è solo l’acqua. “Le anomalie climatiche in crescita progressiva rendono le stagioni agricole sempre più imprevedibili”, spiega Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio. “E in questa situazione provare a inseguire un singolo problema costruendo una soluzione tecnologica mirata a una specifica emergenza significa impiegare magari 5 o 6 anni per ottenere una varietà che magari risulta inadatta allo sbalzo climatico che si è sviluppato nel frattempo. Conviene invece puntare sul rafforzamento del sistema agricolo rendendolo più resiliente, cioè più capace di affrontare l’assieme delle difficoltà che già oggi si evidenziano”.

Secondo Maria Grazia Mammuccini è l’approccio agroecologico a offrire questa possibilità: “Le tecniche biologiche e biodinamiche migliorano la fertilità del suolo e ne rafforzano la biodiversità, la ricchezza di microrganismi. Inoltre questo approccio agricolo punta sulla biodiversità anche dal punto di vista delle colture, impiegando una grande varietà di semi invece di puntare tutte le carte su un’unica varietà che potrebbe trovarsi in difficoltà. In questo modo si rafforzano le capacità di adattamento dei campi. È su questa prospettiva che andrebbero concentrate le risorse anche dal punto di vista della ricerca per dare alla nostra agricoltura la possibilità di adeguarsi al cambiamento climatico”.

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FONTE


TESTATA: HuffPost Italia
AUTORE: Antonio Cianciullo
Data:  09 luglio 2026