FederBio soddisfatta per l’endorsement al biologico del Ministro Gian Marco Centinaio
federbiohomeBologna, 23 maggio 2019 – La Federazione nazionale che dal 1992 tutela e rappresenta la filiera dell’agricoltura biologica e biodinamica accoglie con estrema positività le dichiarazioni del Ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Gian Marco Centinaio in occasione della Giornata mondiale della biodiversità.
Il Ministro ha rimarcato che si sta investendo sul biologico e su politiche di sviluppo sostenibile in quanto sono le più efficaci per salvaguardare l’ecosistema e l’ambiente. Ha inoltre evidenziato che si sta perfezionando anche la parte legislativa relativa al biologico con la disponibilità di un impegno anche a livello europeo.
“Le dichiarazioni del Ministro Centinaio sulla necessità che il Paese punti sulla ‘rivoluzione biologica’, non solo per tutelare la biodiversità agricola e naturale ma anche per il futuro di tutta l’agricoltura e lo sviluppo economico dell’Italia, sono un punto di svolta e di chiarezza che non possiamo che accogliere con grande soddisfazione. L’intenzione di dare concretezza a questo obiettivo attraverso strumenti legislativi e investimenti in risorse pubbliche, per la Federazione significa anzitutto accelerare l’iter di approvazione al Senato del progetto di legge sull’agricoltura biologica. Questo consentirà di lavorare su un logo nazionale di prodotto bio, intervenire sulla revisione del PAN pesticidi e dare attuazione alle decisioni già prese lo scorso novembre dal Tavolo agricoltura biologica presieduto dal Sottosegretario Manzato. Rivedere il sistema delle deroghe, in particolare sulle sementi e per la zootecnia, ridare centralità a una corretta gestione agronomica delle rotazioni e proseguire in una riforma radicale del sistema di certificazione sono i dossier aperti da mesi su cui è necessario accelerare, in attesa di poter aprire il capitolo del biologico anche nel prossimo piano strategico nazionale per l’attuazione della PAC”, ha affermato Paolo Carnemolla, presidente FederBio.
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22 maggio 2019 - Giornata Mondiale della Biodiversità - FederBio: è urgente arginare la perdita a ritmi senza precedenti di specie animali e vegetali
federbiohomeIn occasione della giornata istituita dalle Nazioni Unite nel 1993 per ricordare l’adozione della Convenzione sulla diversità biologica, FederBio evidenzia l’importanza della biodiversità per la salute e l’ambiente.
Bologna, 22 maggio 2019 – Domani, mercoledì 22 maggio, in occasione della giornata dedicata alla biodiversità, FederBio lancia l’allarme sui rischi globali legati al crescente tasso di estinzione delle specie animali e vegetali.
È in corso quella che è stata definita la sesta estinzione di massa della storia del pianeta, si calcola che entro la fine del secolo il 50 per cento delle specie viventi saranno a rischio di sopravvivenza.
Secondo uno studio dell'Ipbes, il gruppo intergovernativo per la Biodiversità e i Servizi Ecosistemici delle Nazioni Unite, sono a rischio estinzione un milione di specie a causa dell’effetto delle azioni dell’uomo sugli ecosistemi. In particolare incidono negativamente: l’urbanizzazione, i metodi di sfruttamento delle terre e delle risorse naturali, l’agricoltura intensiva e l’uso di pesticidi.
L’agricoltura biologica svolge invece un compito molto importante nella conservazione e implementazione della biodiversità: impiega insetti utili, associati a specie vegetali spontanee, oltre a organismi vegetali e animali che vivono nel suolo e ne migliorano le caratteristiche fisico-chimico-biologiche.
Lo “Stato della biodiversità mondiale” è il tema al centro del rapporto presentato recentemente dalla FAO. Lo studio rileva preoccupanti segnali sulla biodiversità che sta scomparendo, mettendo a rischio il futuro dell’uomo dell’ambiente. La FAO suggerisce alcune indicazioni per invertire questo processo, tra le quali l’adozione di pratiche e approcci compatibili con la biodiversità come l’agricoltura biologica, la gestione integrata dei parassiti, l’agricoltura conservativa, una gestione sostenibile del suolo e l’agro-ecologia.
“Come sottolinea il rapporto FAO sulla biodiversità, che ha analizzato gli ultimi dati globali di 91 paesi, è già iniziata quella che viene definita la sesta estinzione di massa: le specie animali e vegetali stanno scomparendo a ritmi sempre più accelerati e la causa dipende principalmente dalle azioni dell’uomo. Per fortuna possiamo ancora cercare di invertire la rotta attraverso azioni concrete come l’implementazione di un modello agricolo agroecologico che limiti l’uso dei pesticidi. Ritengo che l’agricoltura biologica e biodinamica possano dare un contributo concreto per arginare la perdita di biodiversità e salvaguardare l’ambiente rispondendo contemporaneamente alle sfide del cambiamento climatico”, ha affermato Maria Grazia Mammuccini dell’Ufficio di Presidenza FederBio.
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Anche FederBio “marcia” contro i pesticidi il 19 maggio
federbiohomeLa Federazione che tutela l’agricoltura biologica e biodinamica sostiene la manifestazione che coinvolgerà diversi distretti geografici per chiedere un'agricoltura senza veleni a tutela della salute, dell’ambiente e della biodiversità.
Bologna, 16 maggio 2019 – FederBio sostiene la Marcia Stop Pesticidi, che il 19 maggio animerà diversi distretti geografici italiani.
Si tratta di un’iniziativa che ha l’obiettivo di sensibilizzare sui pericoli provocati dall’uso di pesticidi e diserbanti in agricoltura e sul loro impatto sulla salute e sull’ambiente. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità i pesticidi causano ogni anno circa 200 mila morti su scala globale, mentre per l’Efsa, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare circa il 45% del cibo che viene consumato contiene residui chimici.
Inoltre, i pesticidi danneggiano l’agro-ecosistema, compromettendo la produttività del terreno e la qualità del raccolto, distruggendo la biodiversità animale e vegetale. Sono talmente numerose le specie di insetti e mammiferi destinate a scomparire nei prossimi decenni che si parla di sesta estinzione di massa.
L’obiettivo della Marcia è chiedere impegni concreti per arginare l’uso dei pesticidi di sintesi, in particolare del glifosato, per arrivare alla loro eliminazione totale entro il 2030.
“Quest’iniziativa, nata spontaneamente dal basso, è il paradigma di quanto sia forte la sensibilità dei cittadini contro l’utilizzo di pesticidi, la cui pericolosità è attestata da diverse evidenze scientifiche. La Marcia, nata in Veneto, la regione italiana che fa il maggior uso di pesticidi, sta diventando un’iniziativa nazionale di una vasta rete di movimenti e associazioni che chiedono di porre un limite sempre più forte all’uso dei pesticidi di sintesi chimica e vogliono che si affermi un nuovo modello agricolo basato sull’agroecologia, come lo sono il biologico e biodinamico, superando un approccio agricolo basato sulla monocoltura che sta distruggendo l’ambiente e il territorio. FederBio, in coerenza con l’alleanza “Cambia la Terra” di cui si è fatta promotrice, aderisce e sostiene la manifestazione partecipando alla Marcia di Verona nella consapevolezza che l’alleanza tra cittadini e mondo del biologico sia fondamentale per cambiare il modello agricolo per il futuro. E lo è particolarmente in questa fase in vista del nuovo PAN per chiedere una revisione del Piano d’Azione Nazionale per l’uso dei pesticidi, con la loro totale eliminazione immediata nelle zone urbane e nelle aree frequentate dalla popolazione, stabilendo distanze idonee di sicurezza dalle abitazioni, dai terreni coltivati con il metodo dell’agricoltura biologica e biodinamica, da parchi e giardini pubblici e privati, da strade, da sentieri e piste ciclabili come contenuto nel Manifesto della Marcia Stop Pesticidi”, ha dichiarato Maria Grazia Mammuccini dell’Ufficio di Presidenza FederBio e portavoce del progetto “Cambia la Terra”.
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Workshop : "La coltivazione bio della barbabietola: un'opportunità economica per le Marche?" - Abbadia di Fiastra, giovedì 16 maggio 2019
Si svolgerà giovedì 16 maggio a Abbadia di Fiastra (Macerata) il workshop dal titolo "La coltivazione bio della barbabietola: un'opportunità economica per le Marche?". L'evento, organizzato da Coldiretti Marche, è programmato per le ore 15.30 presso la Sala Verde.
PROGRAMMA:
Ore 15.30 - Introduzione
Maria Letizia Gardoni - Presidente Coldiretti Marche
Ore 15.45 - Saluti Istituzionali
Claudio Gallerani - Presidente Coprob-Italia Zuccheri
Angelo Gentili – Segreteria Nazionale Legambiente
Paolo Carnemolla – Presidente FederBio
Filippo Tramonti – Presidente Consorzio Agrario dell’Adriatico
ore 16.00 - Interventi
Massimiliano Cenacchi - Direttore Agricolo Coprob - La filiera dello zucchero bio 100% italiano
Massimo Zavanella - Coprob/Beta - Il progetto quanti-qualitativo, l’analisi dei terreni
Alessandro Vacchi - Coprob/Beta - La difesa dalla cercospora e il monitoraggio degli insetti
ore 17.00 - visita in campo presso l’azienda agricola Ramadori Mario
ore 18.00 – rinfresco buffet
Info: Coldiretti Marche
Tel: 071.207991
mail: marche@coldiretti.it
Nuova condanna a Bayer. Coalizione Stop glifosato: ora interventi immediati per bandirlo
homeRoma, 14 maggio 2019 - Si allunga la lista di condanne per la Monsanto, ora controllata dal gigante farmaceutico Bayer. Nelle ultime ore è arrivata l’ultima. Ancora una volta dagli Stati Uniti. Bayer ha perso il suo terzo, consecutivo, processo sul diserbante Roundup. Una giuria di Oakland, in California, ha deciso che Bayer dovrà sborsare più di 2 miliardi di dollari, precisamente 2,05 miliardi. Beneficiari della somma una coppia di agricoltori, Alva e Alberta Pilliod. I coniugi avrebbero contratto il cancro a seguito dell'uso trentennale del Roundup.
“Dopo la terza sentenza – dice la portavoce della Coalizione Stop Glifosato, Maria Grazia Mammuccini – servono provvedimenti immediati per eliminare il glifosato da tutti i disciplinari finanziati con i Piani di sviluppo rurale. Stiamo assistendo ad un assurdo paradosso: mentre negli Stati Uniti i Tribunali impongono a Monsanto di pagare i danni, da noi li si finanzia”.
In Italia, ricorda Mammuccini, le cose stanno già cambiando: il mercato e i protagonisti del sistema economico italiano come Barilla e Coop hanno già iniziato a bandire il glifosato dalla loro linea di produzione.
“Se hanno iniziato a farlo imprese come Coop e Barilla perché non dovrebbero farlo le istituzioni pubbliche?”, si chiede la portavoce della Coalizione Stop Glifosato. Poi, aggiunge in conclusione Mammuccini, “occorre riaprire subito la discussione a livello europeo per rivedere le decisioni assunte due anni fa e bloccare l'uso di questa sostanza pericolosa prima che trascorrano i 5 anni di proroga all’uso del diserbante”.
Per essere sempre informato sulle attività della Campagna StopGlifosato seguici su Facebook (hashtag #StopGlifosato)
Aderiscono alla Coalizione italiana #StopGlifosato: ACP-ASSOCIAZIONE CULTURALE PEDIATRI - AIAB - ANABIO- APINSIEME – ASSIS - ASSOCIAZIONE PER L’AGRICOLTURA BIODINAMICA - ASSO-CONSUM – ASUD – AVAAZ - CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali - CONSORZIO DELLA QUARANTINA - COSPE ONLUS - DONNE IN CAMPO CIA LOMBARDIA - EQUIVITA - FAI - FONDO AMBIENTE ITALIANO – FEDERBIO - FEDERAZIONE PRO NATURA - FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA - FIRAB - GREEN BIZ - GREEN ITALIA - GREENME – GREENPEACE - IBFAN- ITALIA - IL FATTO ALIMENTARE- IL TEST - ISDE Medici per l’Ambiente - ISTITUTO RAMAZZINI - ITALIA NOSTRA – LEGAMBIENTE – LIFEGATE - LIPU-BIRDLIFE ITALIA - MDC-MOVIMENTO DIFESA DEL CITTADINO - NAVDANYA INTERNATIONAL - NUPA-NUTRIZIONISTI PER L’AMBIENTE - PAN ITALIA – Pesticide Action Network - REES-MARCHE - SLOW FOOD ITALIA - TERRA NUOVA - TOURING CLUB ITALIANO - UNAAPI-UNIONE NAZIONALE ASSOCIAZIONI APICOLTORI ITALIANI – UPBIO - VAS-VERDI AMBIENTE E SOCIETA’ - WWF ITALIA - WWOOF-ITALIA
La Portavoce del Tavolo delle associazioni: Maria Grazia Mammuccini, 3357594514
L'Ufficio Stampa Coalizione Stop Glifosato
Silverback - Greening the Communication
Valeria Aloisio - tel 3275744003
v.aloisio@silverback.it
#CambiamoAgricoltura - Agricoltura e clima: domani il consiglio dei ministri agricoltura dell’unione europea discute del ruolo della PAC per il contrasto dei cambiamenti climatici
CambiamoAgricolturaDa qui al 2030 l’agricoltura produrrà più emissioni dell’industria, un paradosso incredibile: il ministro Centinaio domani, a Bruxelles, annunci il cambio di rotta !
La denuncia della Coalizione #CambiamoAgricoltura: nei piani del Governo italiano nessuna riduzione delle emissioni clima alteranti, è arrivato il momento che l’agricoltura inizi a fare la sua parte. Gli eventi metereologici estremi delle ultime settimane ci ricordano che il contrasto ai cambiamenti climatici è il modo più efficace e concreto di tutelare i redditi degli agricoltori.
Roma, 13/05/2019 - È cronaca di questi giorni quella dei danni che il meteo causa al settore agricolo. Fenomeni estremi e anomali rischiano di diventare sempre più frequenti con il procedere del cambiamento climatico, a cui l’agricoltura pagherà il conto più salato. “L’agricoltura oltre che vittima è anche una causa dei Cambiamenti Climatici, essendo una delle fonti di emissioni di gas climalteranti (nella UE oltre il 20% delle emissioni è causato dall’agricoltura), e soprattutto è del tutto priva di una strategia di sostenibilità” denunciano le associazioni (WWF, FAI, Legambiente, Lipu, ProNatura, ISDE, FederBio, AIAB e Associazione Biodinamica) aderenti alla Coalizione CambiamoAgricoltura, che in vista del Consiglio dei Ministri UE dell’agricoltura di domani ha prodotto un dossier con i dati sul contributo di agricoltura e allevamento intensivi al bilancio dei gas climalteranti del nostro Paese (www.cambiamoagricoltura.it).
Sulla base dei dati raccolti, i maggiori responsabili delle 30 milioni di tonnellate di gas climalteranti immessi ogni anno dal comparto sono l’abuso di fertilizzanti di sintesi e l’eccesso di concentrazione zootecnica: sotto accusa è in particolare il sistema agrozootecnico della Pianura Padana, i cui campi coltivati e allevamenti contribuiscono da soli a oltre il 60% delle emissioni nazionali di fonte agricola. Tra le regioni la Lombardia
determina il massimo contributo di gas a effetto serra: sebbene essa detenga solo il 7,7% dei campi coltivati in Italia, pesa per il 26,4% delle emissioni. “Il modello agrozootecnico intensivo, pervasivo in Pianura Padana, è sotto accusa per le sue gravi responsabilità sull’inquinamento di acque, aria e biodiversità, ma anche per il peso delle proprie emissioni. Il prossimo decennio deve vedere in campo una incisiva strategia nazionale per trasformare in senso sostenibile la zootecnia intensiva, oltre che per dimezzare gli apporti di concimi chimici, a partire dalle regioni del Nord”. In assenza di politiche efficaci, denuncia la coalizione, l’agricoltura scalerà la classifica dei settori maggiormente emissivi, arrivando da qui al 2030 a venir additata tra i maggiori imputati per il contributo all’effetto serra, più della stessa industria. E’ anche la proposta di Piano Nazionale Energia e Clima (PNIEC) del Governo a rilevarlo: negli scenari tratteggiati dal 2015 al 2030, a fronte di sostanziale invarianza delle emissioni complessive (da 37 a 38 Mton CO2eq complessive), il peso del comparto passerebbe dal 7,3% al 11,6% delle emissioni nazionali. Un quadro non tollerabile dall’agricoltura italiana, che non può permettersi le conseguenze della perdita di reputazione dei suoi prodotti, oltre all’inevitabile taglio dei sussidi PAC.
La Coalizione #CambiamoAgricoltura sottolinea le gravi responsabilità imputabili alle politiche agricole di sussidio fin qui sviluppate, e propone invece una road map che, se applicata con determinazione, permetterebbe di abbattere il contributo inquinante dell’agricoltura fino al 72% da qui al 2030, sostituendo gli attuali sussidi con incentivi alle imprese che modificano le loro pratiche agricole.
“Nonostante le ambizioni dichiarate dalla Commissione Europea, gli strumenti proposti per la Riforma, che inizierà a produrre effetti dal 2023, sono deboli, e i passaggi al Parlamento e al Consiglio hanno ulteriormente indebolito l’architettura verde della proposta di nuova PAC” dichiara la coalizione #cambiamoagricoltura che contestano la richiesta di alcuni Stati Membri tra cui l’Italia di indebolire le norme della condizionalità e di rendere facoltativa l’applicazione dei cosiddetti “Eco-Schemi” ossia dei fondi sul Primo pilastro destinati alle azioni a favore del clima e dell’ambiente.
Le associazioni chiedono quindi al Governo italiano, rappresentato dal Ministro Centinaio, di impegnarsi per sostenere le sfide ambientali della PAC, rivedendo le posizioni dell’Italia in seno al Consiglio europeo. Gli impegni ambientali richiesti agli agricoltori a fronte delle risorse pubbliche della PAC non possono essere considerate un onere che grava sulle spalle delle aziende agricole, ma sono piuttosto il modo più efficace di tutelare il loro reddito.
La coalizione #cambiamoagricoltura sottolinea come l’agricoltura potrebbe e dovrebbe essere perfino un assorbitore netto di gas serra, se si attuassero le giuste politiche e si modificasse il modello attuale. “Occorre delineare obiettivi sfidanti” concludono le Associazioni “non solo per abilitare il comparto come attore protagonista nelle strategie climatiche, di adattamento e di mitigazione, ma anche per correggere problematiche e storture che sono sempre più conclamate nell’agrozootecnia industriale, sviluppando invece le attitudini che il nostro Paese può attivare in una virtuosa conversione ad un modello agroecologico.”
Agricoltura biologica: perché siamo a favore
CarnemollafederbioRispetta l'ambiente, la biodiversità, i consumi sono in crescita ma il dibattito sul bio resta aperto. Il parere di Paolo Carnemolla, presidente di FederBio
Biologico si, biologico no: mente i consumi continuano a crescere al ritmo del 10% l’anno, il dibattito resta aperto. L’agricoltura bio rispetta l’ambiente, ma i prodotti sono costosi. Tutela la biodiversità e assicura varietà, ma ha rese produttive inferiori rispetto a quella convenzionale, mentre intanto il fabbisogno nutrizionale del pianeta continua a crescere. Un tema caldo ora più mai dato che, dopo essere stato approvato alla Camera, in Senato di discute di un progetto di legge sul biologico che se, approvato, potrebbe incentivare il settore e favorire le oltre 75mila aziende che in Italia già seguono questo tipo di metodo produttivo.
Secondo lei il futuro dell’agricoltura mondiale è bio? Perché?
«Si, e non solo secondo me: in ballo c’è il futuro del pianeta e l’agricoltura biologica è l’unica via per permettere all’ambiente in cui viviamo di sopravvivere. Gli studi confermano che può essere anche la risposta alla crescente richiesta di cibo, a patto che contemporaneamente cambino gli stili alimentari. In particolare, è fondamentale ridurre il consumo di carne allevata in modo intensivo perché sono gli allevamenti ad avere un maggiore impatto ecologico. Se i terreni usati per gli allevamenti intensivi e per produrre cibo per questi stessi allevamenti fossero convertiti, ci sarebbe cibo bio per tutti».
Quali sarebbero i vantaggi per l’ambiente e le persone di una conversione totale al biologico?
«I vantaggi sarebbero diversi: la biodiversità sarebbe tutelata, l’acqua non sarebbe più inquinata da pesticidi perché l’agricoltura bio non li contempla e inoltre il biologico rispetta gli animali e il loro benessere. Si ristabilirebbe anche il giusto equilibrio tra produzione agricola, tutela delle risorse ambientali e fabbisogno di cibo perché si produrrebbe riducendo gli sprechi. Oggi l’agricoltura convenzionale copre il 97% dei terreni a livello mondiale e produce in eccedenza, ma intanto 800 milioni di persone muoiono di fame e altrettante soffrono di obesità e malattie legate alla cattiva alimentazione. Infine con una conversione totale al biologico sarebbe abbattuto il rischio della contaminazione degli alimenti con le sostanze chimiche tossiche utilizzate nell’agricoltura convenzionale e si supererebbe il pericolo dell’antibiotico-resistenza derivante dall’abuso di questi farmaci negli allevamenti convenzionali intensivi: per l’OMS questa è la più grave emergenza sanitaria globale».
Dal punto di vista nutrizionale, che differenze ci sono tra cibo bio e non bio?
«I valori nutrizionali dipendono da un ampio ventaglio di fattori di tipo genetico, dalle tecniche di coltivazione, dall’andamento climatico e dalle zone di produzione: per esempio una varietà di mela ha differenze anche importanti rispetto a un’altra. Oltre a questo, un prodotto di agricoltura convenzionale, coltivato con concimi azotati, oltre a perdere di sapore, è meno nutriente perché vitamine, sali minerali e sostanze antiossidanti come i polifenoli sono più diluiti dalla maggior quantità d’acqua che proprio i fertilizzanti inducono nei tessuti del frutto. Anche per questo un prodotto bio può essere un po’ più piccolo, magari meno lucido, ma è mediamente più gustoso e presenta un contenuto di micronutrienti maggiore. Uno esempio tra gli eclatanti è il latte: quello proveniente da allevamenti bio ha una composizione di acidi grassi omega 3 (ovvero grassi buoni, ndr) più elevata rispetto al latte convenzionale».
Quanto impattano sull’ambiente gli agenti chimici usati in agricoltura convenzionale?
«Dipende dalle culture. Nel caso di colture specializzate come verdure e ortaggi l’impatto è rilevante perché si fanno fino a 20 trattamenti chimici a stagione. In particolare, si impatta fortemente sui terreni con diserbanti come il glifosato che inquinano anche le acque e riducono la biodiversità del suolo, poi ci sono altri trattamenti chimici specifici contro gli insetti, che distruggono la biodiversità. È davvero preoccupante la progressiva riduzione di insetti utili come le api e altri impollinatori, sentinelle della biodiversità».
Le coltivazioni bio proibiscono ogni tipo di chimica o ci sono sostanze consentite?
«Sono consentiti solo prodotti di origine minerale e naturale specificatamente individuati, quali rame e zolfo: servono a proteggere la pianta dai funghi, ma a differenza dei fungicidi usati in agricoltura convenzionale non sono sistemici, cioè non entrano nel ciclo linfatico della pianta pervadendo anche la polpa dei frutti. Rimangono solo sulla buccia, da dove scompaiono con il semplice lavaggio domestico. In ogni caso, rame e zolfo sono sali minerali normalmente presenti negli alimenti, non sono molecole costruite in laboratorio. Significa che se prendo una mela bio posso lavarla e mangiarla con la buccia con la certezza di non ingerire residui chimici. Secondo i dati ufficiali sui prodotti di produzione italiana, invece, il 60.6% delle mele convenzionali, il 65.5% delle pesche e il 67.9% dell’uva presentano residui di una o più sostanze chimiche di sintesi. Altri trattamenti consentiti in agricoltura biologica sono microrganismi o insetti utili come le coccinelle, che si nutrono di altri insetti che attaccano le piante. Si ricorre anche alla confusione sessuale, diffondendo i feromoni sessuali che emette la femmina dell’insetto bersaglio: il maschio non è più in grado di localizzarla e di fecondarla, e questo è un modo assolutamente «pulito» per evitare la riproduzione di organismi nocivi».
Le coltivazioni bio non hanno le stesse rese produttive di quelle convenzionali. Se diventassero tutte bio ci sarebbe cibo per tutti?
«Si, le coltivazioni bio hanno una resa produttiva che attualmente è in media del 20% inferiore rispetto a quelle convenzionali. Ma è anche vero che assicurano produzioni più stabili nel tempo dato che un terreno ricco di sostanza organica è più resiliente ai cambiamenti climatici perché trattiene più acqua rispetto a terreni impoveriti da coltivazioni convenzionali in monocoltura. Se cambieremo stile di alimentazione tornando ad orientarci verso la dieta mediterranea, di cui ci vantiamo senza praticarla totalmente, e convertiremo al biologico gli allevamenti intensivi e i terreni dedicati attualmente alla produzione di cibo per questi allevamenti, il biologico sarà in grado di produrre cibo sufficiente anche per una popolazione mondiale più numerosa. Non bisogna dimenticare lo spreco alimentare: attualmente buttiamo via il 30% del cibo prodotto con agricoltura convenzionale, che spesso viene coltivato in Africa e Sud America in maniera intensiva. Si tratta soprattutto di cereali, soia e frutta tropicale destinati all’ esportazione mentre le popolazioni locali soffrono la fame. Questo è un sistema squilibrato, che non può più reggere».
Per guadagnare terreni per produrre di più con il biologico, dovremmo deforestare ancora?
«Assolutamente no, oggi non c’è un solo ettaro coltivato in biologico nel mondo che sia stato sottratto alle foreste. Tutti i terreni deforestati attualmente sono usati per coltivare mais o soia ogm, palma da olio e altro in convenzionale. Anzi, il biologico potrebbe essere un’ottima soluzione anche per rimettere a coltura quei terreni che in Italia sono stati abbandonati dagli agricoltori perché non rendono più a sufficienza, dato che i prezzi dei prodotti agricoli sono rimasti quelli di trent’anni fa, mentre il costo di concimi, pesticidi, meccanizzazione e manodopera si è moltiplicato. Anche questo è un sistema malato: con prezzi così bassi c’è chi ricorre alla moderna schiavitù del caporalato o prova a produrre di più per non fallire. Si tratta, però, di un’eccedenza che non solo non serve, ma che fa anche abbassare ulteriormente il valore di mercato dei prodotti. Il caso del latte dei pastori sardi mostra quali possono essere le conseguenze».
Quali sono le soluzioni per dare da mangiare a tutti in un eventuale futuro di agricoltura prevalentemente biologica?
«Cambiare lo stile alimentare, e cioè mangiare meno carne e più proteine vegetali oltre che variare maggiormente l’alimentazione: così si potrebbe ridurre drasticamente l’utilizzo di terreni usati per gli allevamenti convertendoli al bio. Farebbe bene contemporaneamente alla nostra salute, perché un’alimentazione troppo ricca di grassi animali e alimenti eccessivamente raffinati e manipolati causa malattie che comportano anche una rilevante spesa sanitaria. Quello che crediamo di risparmiare comprando cibo convenzionale a basso prezzo lo paghiamo assai più caro come collettività».
Il bio è un cibo costoso e d’élite. Chi non può permetterselo, cosa dovrebbe fare?
«Attualmente l’incidenza della spesa per alimenti sul bilancio familiare secondo l’ISTAT non è superiore al 18%, dunque non è certo un aumento di questa spesa a incidere pesantemente sui conti di una famiglia, soprattutto se non è numerosa. Non si può negare che i prezzi del bio talvolta siano determinati da margini di guadagno più alti, ma all’agricoltore produrre costa di più: non riconoscere questi costi, così come i benefici ambientali che derivano dalla sua attività, non incentiva l’adozione di tecniche di produzione ecosostenibili di cui abbiano necessità. Ci sono anche altre motivazioni più tecniche da cui deriva il prezzo dei prodotti bio: ci sono i costi della certificazione e l’obbligo di confezionare il prodotto per garantire il consumatore. Occorre considerare però anche altri aspetti: i prezzi possono variare a seconda di dove si fa la spesa, il prezzo più alto favorisce acquisti più attenti e quindi meno sprechi, e poi prodotti come le uova da galline bio libere di razzolare, che costano il doppio di quelle degli allevamenti convenzionali in gabbia, hanno comunque un prezzo contenuto per essere un alimento completo».
Cosa ne pensa dell’agricoltura biodinamica? È tacciata di essere una pratica poco scientifica e più simile alla stregoneria.
«Mi pare antiscientifico sostenere che la biodinamica è antiscientifica e rifiutare così di fare ricerca. Fino a prova contraria, chi fa biodinamica produce alimenti a basso impatto ambientale e senza rischi sanitari, validi da un punto di vista qualitativo e nutrizionale. Non è stregoneria, ma un modo particolare di fare buona agricoltura che fa bene all’ambiente e alle persone».
Fonte: Vanityfair
Autore: Fabiana Salsi; Paolo Carnemolla
Biologico e sostenibilità ambientale al centro della 7ª edizione di TuttoFood
federbioFederBio evidenzia come l’attenzione agli alimenti biologici, alla salute e alla tutela ambientale siano stati i temi caratterizzanti il Salone internazionale dedicato al food & beverage che si è appena concluso a Fiera Milano.
Bologna, 9 maggio 2019 – Il biologico è stato al centro di TuttoFood 2019, insieme a una crescente consapevolezza sull’importanza di una corretta e sana alimentazione e di processi produttivi sempre più eco-sostenibili.
Molte aziende hanno scelto questa manifestazione internazionale per presentare nuove linee bio. In particolare, è emerso come anche le Insegne della GDO si stiano sempre più orientando allo sviluppo di linee biologiche a marca del distributore (MDD).
Secondo la ricerca Nomisma presentata nel corso di TuttoFood, sono quattro i temi che rispondono alle attuali sensibilità dei consumatori: oltre alla ricerca di benessere e prodotti naturalmente salutistici, le scelte di acquisto degli italiani sono spinte dalla ricerca di qualità del prodotto e trasparenza della filiera, attenzione agli sprechi e utilizzo di confezioni a basso impatto ambientale.
Tra le azioni importanti per contribuire allo sviluppo sostenibile, l’acquisto di prodotti bio è ritenuto dall’81% dei responsabili degli acquisti alimentari una delle iniziative più efficaci.
Ne è testimonianza il dato che in Italia il mercato biologico cresce a ritmi elevati da oltre 10 anni. Nel 2018 il volume totale di vendite di prodotti biologici è stato di 3.562 milioni di euro con un incremento dell’8% rispetto al 2017 (fonte: Nomisma/AssoBio Osservatorio SANA 2018).
FederBio che è partner di Fiera Milano per TuttoFood ha contribuito alla realizzazione da parte del consorzio European Organic Partners costituito dalla propria associata Assobio di una collettiva di aziende all’interno BIOLS.EU, il programma di promozione dei prodotti biologici finanziato dall’Unione Europea che ha l’obiettivo di consolidare il settore agroalimentare biologico europeo in Italia, Germania e Francia nei prossimi tre anni.
“L’Italia è il principale Paese trasformatore ed esportatore di prodotti biologici nell’UE, potendo disporre di quasi due milioni di ettari di superficie già coltivata a biologico e oltre ottomilacinquecento imprese di trasformazione certificate. Il logo nazionale previsto dal progetto di legge già approvato dalla Camera a dicembre scorso e un forte investimento su un’unica piattaforma di tracciabilità e la blockchain, come sta facendo FederBio, sono elementi indispensabili per mantenere e rafforzare questa leadership dell’Italia” ha dichiarato Paolo Carnemolla, Presidente FederBio.
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Agricoltura Biologica: Una favola bella e possibile
CarnemollafederbioIl biologico in agricoltura, con buona pace dei soliti detrattori, è una realtà che nel nostro Paese raccoglie consensi e successi indiscussi. Ne abbiamo parlato con Paolo Carnemolla, presidente di FederBio.
Il modello di agricoltura industriale è ormai superato:per fronteggiare il cambiamento climatico, incentivare la biodiversità e migliorare la salute pubblica la conversione all’agricoltura biologica appare come la scelta più efficace e lungimirante. A sostenere questa tesi sono i risultati di ricerche scientifiche,le direttive di autorevoli organizzazioni mondiali, le linee guida di istituti accreditati. Eppure, c’è ancora chi non perde occasione per screditare il con accuse infondate e pretestuose.Voliamo alto, non entriamo in polemica e lasciamo la parola a chi sene intende davvero. Abbiamo incontrato Paolo Carnemolla, presidente di FederBio, e gli abbiamo chiesto di fare un po’ di chiarezza
Presidente, prima di tutto a che punto siamo con il disegno di legge sul biologico?
È stato approvato alla Camera a larghissima maggioranza, quindi è iniziata la discussione in Commissione agricoltura del Senato. Speriamo di chiudere la partita prima delle elezioni europee, poiché è prioritario che il testo venga votato: il nostro Paese ha bisogno di una legge nazionale che guardi al futuro di tutta l’agricoltura italiana.
La critica più accesa nei confronti del disegno di legge è che a muovere i fili ci sia una potente lobby del biologico, che vuol far passare un concetto di agricoltura elitaria e irrealizzabile.
E vero il contrario: quello che sta fallendo è il modello di agricoltura convenzionale. Gli unici a trarre enormi benefici dal sistema attuale sono i produttori di macchinari, chimica di sintesi, carburanti. Pensiamo ai prodotti agricoli in vendita nella grande distribuzione a poche decine di centesimi al chilo: come è possibile che il contadino tragga un guadagno adeguato dal suo lavoro? Quanto sfruttamento - di persone, di animali e di terreno - c'è dietro questa filiera produttiva?
A proposito di prodotti utilizzati nell'agricoltura classica, la chimica è molto presente...
L'Italia è tra i maggiori consumatori di pesticidi a livello europeo. Dall'ultimo report dell'Agenzia europea per l'ambiente risulta che il consumo di principi attivi nella Comunità europea è mediamente di 3,8 chili per ettaro, ma in Italia salea 5,7. E mentre la vendita dei pesticidi, nell'ultimo biennio, è diminuita nei Paesi del Vecchio Continente di circa la metà, da noi è aumentata di quasi l'8 per cento.
Quali ripercussioni ci sono per l'ambiente?
Sono facilmente immaginabili. Il 15 per cento dei terreni coltivati con agricoltura biologica segue regole giustamente restrittive sull'uso delle sostanze:noi non utilizziamo diserbanti, fumiganti, insetticidi, molecole di sintesi. L'agricoltura convenzionale, che copre il rimanente 85 per cento del terreno coltivato, oltre a poter usare i prodotti ammessi in biologico può usare tutti quelli che noi non utilizziamo e non ha un sistema di controllo analogo. [...]
Fonte: L'Altra Medicina Magazine
Studio svedese su Nature in materia di sostenibilità: la risposta del presidente FederBio
Cambiamenti ClimaticiCarnemollafederbioIl presidente di Federbio Paolo Carnemolla ha risposto in modo dettagliato allo studio svedese dedicato all’agricoltura biologica, più o meno inquinante di quella tradizionale per il clima.
Un vecchio detto popolare così recita: “se mia nonna avesse avuto le ruote sarebbe stata una carriola”. Ovvero quasi tutto è teoricamente possibile ma non per questo è realtà, anche quando potrebbe apparire più verosimile che innestare un paio di ruote su di un’anziana parente. Questo è ciò che viene in mente, a chi di agricoltura e di agricoltura biologica ne capisce, leggendo l’articolo sulla sintesi dello studio internazionale condotto dalla Tecnological University di Chalmers in Svezia pubblicato dalla rivista Nature. Uno studio che ha messo a punto un nuovo metodo per valutare l’impatto climatico dell’uso del suolo confrontando l’agricoltura biologica e quella convenzionale, giungendo alla conclusione che il metodo biologico sarebbe assai più impattante sul clima in quanto per produrre la stessa quantità di cibo necessiterebbe di maggiore superficie di suolo coltivato. Questo perché, si presume, le rese per unità di superficie della coltivazione biologica sarebbero significativamente inferiori a quelle dell’agricoltura convenzionale. Dunque, per produrre il cibo necessario a una popolazione crescente si dovrebbero mettere a coltura molte più terre naturali, disboscando definitivamente il Pianeta. Una vera catastrofe che potrebbe essere innescata, secondo gli autori dello studio, dalla decisione del Governo svedese di convertire sempre più terreni al biologico in Svezia. Sì, secondo questi scienziati una maggiore conversione al biologico dell’agricoltura svedese comporterebbe in automatico la deforestazione dei Tropici. La correlazione fra i due fenomeni non viene spiegata nella sintesi riportata nel vostro articolo e del resto è a dir poco bizzarra, forse l’aumento di consumo di prodotti biologici svedesi potrebbe comportare anche l’aumento della richiesta di prodotti biologici di importazione dai Tropici per quanto non si può coltivare in Svezia? Teorie che definire “discutibili” è persino gentile, del resto è evidente che gli autori dello studio hanno particolarmente a cuore i fertilizzanti chimici di sintesi e non hanno ben chiara la distinzione fra agricoltura biologica e biocarburanti, che vengono accomunati agli alimenti biologici, pur se con motivazioni assai più fondate e condivisibili, come potenziali disastri per il clima del Pianeta.
La deforestazione progressiva e i suoi impatti nefasti sul clima sono purtroppo una realtà ormai da tempo e sempre più grave ma, come tutti sanno, l’agricoltura che si pratica su questi terreni è quella convenzionale che usa chimica di sintesi, compresi i fertilizzanti e OGM per produrre le “commodities” che fanno ricco il commercio mondiale, distruggendo l’ambiente e impoverendo le popolazioni locali. In altri termini in questo momento sono i prodotti alimentari convenzionali che utilizzano olio di palma, derivati della soia e zucchero di canna a essere responsabili del cambiamento climatico, non l’agricoltura biologica. Soprattutto è a tutti noto che il vero problema a scala globale è l’impatto dell’allevamento animale convenzionale, collegato alla crescita progressiva del consumo di carne, considerato che la maggioranza della superficie agricola utilizzata a livello mondiale è destinata a sostenere e alimentare questa filiera, che consuma anche molta acqua ed emette notevoli quantità di gas serra. Insomma, consumare note creme spalmabili a base di nocciole e cioccolato, frequentare assiduamente fast food e ristoranti specializzati in carne e salumi mette sicuramente più a rischio il clima e minaccia più seriamente la sicurezza alimentare globale che coltivare un ettaro di cereali biologici in Svezia. La cui resa produttiva, certo, non sarà la migliore anche perché non è sicuramente il luogo ideale per ottenere produzioni agricole in quantità se non abbondantemente sostenute da mezzi tecnici o se non addirittura forzate in serra o fuori suolo.
I ricercatori svedesi si vantano di aver introdotto nella valutazione d’impatto dell’agricoltura biologica sul clima la differenza di rese produttive rispetto all’agricoltura convenzionale, in particolare quella che abbonda nell’uso di fertilizzanti chimici di sintesi. A fronte di questa affermazione, che non trova riscontro nella realtà visto che questa variabile è invece sempre stata considerata e che il centro di ricerca svizzero FIBL la sta monitorando da decenni, lavorando anche per la FAO, viene da pensare che i ricercatori svedesi non abbiano particolarmente compreso o approfondito i complessi meccanismi anzitutto agronomici che influenzano le rese produttive delle colture. Soprattutto in agricoltura biologica. Se l’avessero fatto si sarebbero resi conto che in un arco temporale adeguato, ovvero nel ciclo almeno di una rotazione non meno che quinquennale, prendendo in considerazione un terreno già convertito almeno da due cicli di rotazione a biologico e condotto correttamente con tale metodo, la differenza di resa media rispetto all’agricoltura convenzionale può ridursi di molto, se non annullarsi e in alcune condizioni essere anche superiore. Anche perché un terreno coltivato a metodo biologico è assai più resiliente agli effetti già oggi evidenti del cambiamento climatico, a cominciare dagli squilibri idrici, che stanno influendo sempre più pesantemente sulle rese delle colture. Esempi di questo sono le rese dei cereali nelle regioni del Sud Italia quando l’andamento stagionale penalizza i terreni condotti a agricoltura convenzionale poveri di sostanza organica e diserbati (rese equivalenti o superiori per il biologico), il pomodoro da industria se correttamente inserito nella rotazione e in terreni idonei (rese di poco inferiori a una coltivazione a agricoltura integrata se non equivalenti) e certamente l’agricoltura delle zone collinari e montane (rese equivalenti o superiori). In ogni caso è a tutti noto che uno dei modi per aumentare le rese in peso delle colture, in particolare orticole e frutticole, è la concimazione azotata di sintesi con conseguenti problematiche non solo di inquinamento delle falde e maggiore sensibilità della coltura agli attacchi dei patogeni, ma anche più acqua venduta ai consumatori allo stesso prezzo di un alimento. Scusate se l’agricoltura biologica non solo tutela l’ambiente vietando l’impiego di questi concimi e limitando l’apporti di azoto ai terreni anche fuori dalle zone soggette alla Direttiva nitrati ma è anche più onesta verso i consumatori, a cui si vende più “sostanza” alimentare che acqua.
La sostanza organica nel terreno, uno degli elementi che caratterizzano l’agricoltura biologica, oltre a essere l’elemento centrale per la nutrizione delle piante coltivate e della struttura del terreno, è un formidabile serbatoio di carbonio, che rende la coltivazione biologica assai utile per combattere il cambiamento climatico già in atto. È anche per questo che la conversione all’agricoltura biologica è incentivata a livello globale ormai da anni, senza che questo abbia mai avuto come conseguenza l’abbattimento anche di un solo ettaro di foresta tropicale. Anzi, proprio alla conversione all’agricoltura biologica si deve la ricomparsa anche nelle aree agricole più intensive e sfruttate di siepi e alberature così come di fasce tampone, elementi naturali indispensabili anche per quel ripristino dell’equilibrio agroecologico senza il quale non si può fare la vera agricoltura biologica così come normata anche dai regolamenti europei vigenti.
La pubblicazione sull’autorevole rivista Nature dello studio svedese testimonia certamente l’impegno e il rigore formale con il quale i ricercatori hanno lavorato per dimostrare la loro tesi e del resto si può essere rigorosi anche nel dimostrare che un paio di ruote potrebbero rendere più mobile la nonna di cui si è detto in apertura. Salvo poi scoprire che le vere carriole sono assai più funzionali e, soprattutto, reali. Del resto lo studio degli svedesi non mette a confronto l'agricoltura biologica e convenzionale su scala globale, ma considera solo un’area poco significativa. Come già accennato, pretendere di estendere le condizioni in cui si pratica l’agricoltura in Svezia a scala planetaria è quantomeno discutibile, anche perché è ben nota la differenza di rese fra biologico e convenzionale. E’ dunque consigliato a chiunque voglia approfondire questi argomenti lo studio cui hanno partecipato esperti della FAO, dell’istituto di ricerca svizzero FIBL e di diverse prestigiose università, pubblicato sempre da Nature a novembre 2017 che qui è disponibile: https://feder.bio/wp-content/uploads/2017/11/Strategies-for-feeding-the-world-more-sustainably-with-organic-agriculture.pdf
Fonte: Agricoltura.it
Autore: Paolo Carnemolla








