Il biologico è il modello per l’autosufficienza alimentare che preserva la salute dell’uomo e dell’ambiente

Dal convegno “È l’ora dell’agricoltura bio”, FederBio risponde al Ceo Syngenta: il biologico è il modello per l’autosufficienza alimentare che preserva la salute dell’uomo e dell’ambiente

Bologna, 10 maggio 2022 – Non si può rinunciare al biologico, anzi è proprio questo il momento in cui occorre investire con maggior decisione sulla transizione agroecologica. All’evento “È l’ora dell’agricoltura bio, una risorsa strategica per uscire dalla crisi” che si è tenuto oggi a Roma, FederBio risponde alla provocazione del CEO del colosso agrochimico Syngenta che, in una recente intervista, ha affermato che di fronte alla minaccia di una crisi alimentare globale è necessario rinunciare all’agricoltura biologica.

Il consumo di suolo, la perdita di fertilità dei terreni, il crollo della biodiversità, l’aumento delle emissioni serra, l’inquinamento delle falde idriche, fino all’abbandono delle terre da parte degli agricoltori che non riescono più raggiungere un’equa remunerazione sono le vere criticità enfatizzate dal recente conflitto bellico che con l’impennarsi del costo di pesticidi, fertilizzanti e concimi chimici e dell’energia rischia di pregiudicare molte imprese agricole.

“Al convegno di oggi, organizzato con le altre associazioni del biologico per fare il punto dopo l’approvazione della legge su come è meglio utilizzare i fondi stanziati per lo sviluppo dell’agricoltura bio, si è parlato del ruolo fondamentale dell’agroecologia contro la crisi alimentare. Rispondendo anche alla recente intervista delCEO del polo agroindustriale Syngenta, ricordo che l’emergenza di cibo globale non deve farci cadere nella tentazione di scegliere come soluzione l’incremento dell’uso di pesticidi e fertilizzanti di sintesi chimica, che non garantiscono certo rese colturali migliori, anzi nel tempo favoriscono fenomeni di desertificazione del suolo mettendo a rischio la produzione di cibo per le generazioni future. Ridurre le sostanze chimiche di sintesi è fondamentale soprattutto in questo momento con i costi dei pesticidi e fertilizzanti schizzati alle stelle che rendono impossibile garantire un reddito adeguato agli agricoltori. Molti sono costretti a chiudere. Il bio contribuisce a incrementare il sequestro annuo di Carbonio Organico (CO) in maniera nettamente superiore anche rispetto ai terreni non coltivati: è stato dimostrato che nei terreni coltivati in modo biologico l’accumulo annuo di CO nel suolo è pari a 3,5 tonnellate per ettaro, negli altri a 1,98 t/h. Inoltre il biologico, valorizzando i circuiti locali di produzione e consumo e tutelando la biodiversità, può essere una delle opportunità per garantire un reddito soddisfacente e un futuro per gli agricoltori. Infine, per quanto riguarda le rese, è scientificamente provato che nel medio e lungo periodo le rese colturali dell’agricoltura biologica, sono del tutto simili se non addirittura superiori a quelle dell’agricoltura convenzionale che utilizza enormi quantitativi di sostanze chimiche di sintesi e acqua compromettendo la fertilità dei terreni e mettendo a rischio la produzione di cibo per le generazioni future. Infine è chiaro che oggi uno dei problemi fondamentali è l’equa distribuzione del cibo visto che l’eccesso di produzione serve solo ad abbassare il prezzo agli agricoltori e il 30% del cibo finisce nei rifiuti invece che per risolvere il problema della fame”, ha dichiarato Maria Grazia Mammuccini, Presidente di FederBio.

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Contro la crisi alimentare, serve più biologico

Ecco il biodecalogo per utilizzare i 3 mld destinati allo sviluppo dell’agricoltura pulita.

10 maggio, ore 15, Teatro de’ Servi, Roma – Convegno organizzato da Aiab, AssoBio, Associazione per l’agricoltura biodinamica, FederBio.

10 maggio 2022. Dopo 15 anni di tentativi, nei mesi scorsi il Parlamento ha finalmente varato una legge per la valorizzazione dell’agricoltura biologica: obiettivi primari sono la diffusione dell’agricoltura pulita, puntando sia sulla crescita della produzione che sull’aumento di consumi, in coerenza con le politiche europee del Green Deal. Si tratta di un passo importantissimo per l’intero Paese e per la sua capacità di avviare un vero percorso verso la sicurezza alimentare e ambientale, anche e soprattutto nell’attuale quadro geopolitico. Ogni anno chiudono in Italia 30.000 aziende agricole a conferma che in molti casi l’agricoltura convenzionale non è in grado di garantire un reddito adeguato agli agricoltori: con il biologico, che cura la fertilità della terra, valorizza la qualità dei prodotti e del territorio rilanciando circuiti locali di produzione e consumo, una parte di questi agricoltori potrebbero rimanere in campo, assicurando al nostro Paese una riserva strategica di cibo. Esattamente come per le rinnovabili, il biologico è la strada da intraprendere per sostenere le crisi internazionali come quella che stiamo fronteggiando con il conflitto in Ucraina, puntando su sistemi di produzione più indipendenti da input esterni e più resilienti e allo stesso tempo in grado di prendere con decisione la strada della transizione ecologica.

 Per celebrare il successo della legge e lanciare le 10 proposte per accelerare il percorso verso un’agricoltura più pulita e un’alimentazione più sicura, le Associazioni del biologico (Aiab, AssoBio, Associazione per l’agricoltura biodinamica e FederBio) hanno organizzato un convegno con la partecipazione del Ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli, del Sottosegretario Francesco Battistoni e dei parlamentari che hanno proposto e lavorato per l’approvazione della legge. Infatti, assieme a Maria Grazia Mammuccini (presidente FederBio), Giuseppe Romano (presidente Aiab), Carlo Triarico (presidente Associazione Agricoltura Biodinamica) e Roberto Zanoni (presidente AssoBio), parteciperanno all’iniziativa – tra gli altri – i deputati Maria Chiara Gadda, Susanna Cenni, Pasquale Maglione e il senatore Mino Taricco (programma in allegato).

 La legge sul biologico prevede il marchio del “Made in Italy Bio” che può favorire la realizzazione di filiere di bio 100% nazionale e al giusto prezzo, per valorizzare la qualità italiana e affermarla verso l’export; il riconoscimento dei distretti biologici per territori dove è il biologico il modello di produzione di riferimento e che costituiscono un’opportunità strategica per le aree interne e le aree naturali protette. Inoltre la legge ha aperto la strada a innovazione, ricerca, formazione degli agricoltori per favorire la conversione al biologico, e a comunicazione e informazione dei cittadini per sostenere l’aumento dei consumi dei prodotti bio.

 Ma ora si tratta di dare gambe agli obiettivi stabiliti dalla legge, attraverso la definizione del Piano d’azione nazionale del biologico previsto sia dalla legge che dal Piano Strategico Nazionale della PAC, in un momento decisivo, visto che, a partire dalla fase attuale e fino al 2027, saranno messe in campo una notevole quantità di risorse per favorire lo sviluppo del biologico. Si tratta di investimenti importanti che complessivamente ammontano a quasi 3 miliardi di euro, considerando i finanziamenti contenuti nel Fondo per il biologico, nel PNRR e nel Piano Strategico Nazionale della PAC. È essenziale che queste risorse vengano spese bene, in maniera programmata e integrata, per garantire la crescita del settore.

Oggi questi risultati sono però messi in pericolo da posizioni che appartengono al sistema di conoscenze del dopoguerra e che vengono riproposti come attuali, ignorando quanto emerge dalla comunità scientifica e dagli organismi internazionali (FAO in primo luogo). Infatti di fronte alle difficoltà di approvvigionamento poste non solo dalla crisi ucraina ma da quella climatica (vedi ad esempio la diminuzione dello scorso raccolto di grano duro dal Canada, dovuta alla siccità e non certo alla guerra in Europa) ritornano in auge richieste come quelle di tagliare le imposte sui fertilizzanti chimici di sintesi, indebolire le procedure di autorizzazione sui pesticidi, utilizzare ogm vecchi e nuovi e sospendere gli obiettivi al 2030 della Farm to Fork: 25% della superficie agricola destinata al bio, taglio del 50% dei pesticidi utilizzati, 10% della superficie dei campi destinata allo sviluppo della biodiversità.

A una visione innovativa per il futuro guarda invece il biodecalogo messo a punto dalle associazioni del biologico, che punta ad accelerare la transizione agroecologica applicando pienamente le norme della legge approvata a inizio marzo e nello stesso tempo fornire al Paese una ’riserva strategica’ agricola che permetta di fronteggiare le varie crisi che hanno colpito le nostre società, da quella climatica alla pandemia, fino alla guerra.

  1. Filiere di Made in Italy Bio fondate sul giusto prezzo per agricoltori e consumatori.
  2. Fiscalità ambientale e crediti di imposta per i costi di certificazione per abbattere i prezzi al consumatore senza costi aggiuntivi per le imprese.
  3. Distretti biologici per favorire sistemi locali di produzione e consumo e valorizzare il territorio rurale a partire dalle aree interne e dalle aree naturali protette.
  4. Incentivazione delle imprese agricole che integrano attività agricole, zootecniche e forestali, capaci di favorire la biodiversità e chiudere il ciclo dei nutrienti
  5. Ricerca, innovazione, formazione e consulenza per supportare gli agricoltori e i territori nella transizione al bio.
  6. Sviluppo della ristorazione collettiva attraverso organizzazioni di prodotto e strumenti adeguati d’informazione e consulenza.
  7. Comunicazione e campagne d’informazione ai cittadini per conoscere i valori del bio e favorire l’aumento dei consumi di biologico
  8. Innovazione digitale e piattaforma di tracciabilità unica in favore di consumatore
  9. Semplificazione burocratica. È l’agricoltore che non inquina a dover sostenere il costo della dimostrazione, sia in termini di tempo che di soldi.
  10. Obbligo del biologico in aree protette ed Efa

“Il cibo del futuro è il biologico”, dicono i Presidenti delle associazioni del bio. “La legge finalmente approvata grazie all’impegno di molti parlamentari, delle nostre associazioni e di quelle ambientaliste dopo anni di ritardi va proprio in questa direzione. Adesso occorre lavorare sul Piano d’Azione Nazionale affinché le risorse disponibili attraverso la PAC, il PNRR e il Fondo per il bio si traducano in progetti concreti di sviluppo per tanti territori rurali del nostro Paese, capaci di creare occupazione in particolare per giovani e donne.  E occorre lavorare fin da subito, al fianco del ministero delle Politiche agricole, per avviare immediatamente la transizione agroecologica, minacciata da interessi legati alle fonti fossili. La guerra in Ucraina ci offre almeno questa opportunità: è il momento per rivedere le politiche dei sussidi che devono premiare chi non inquina e chi investe nelle alternative ai combustibili fossili sia in campo energetico che per fertilizzanti e fitofarmaci. Dobbiamo valorizzare i prodotti della terra attraverso il bio per garantire agli agricoltori un giusto prezzo per il loro lavoro e allo stesso tempo tutelare i consumatori di fronte a rincari in gran parte giustificabili solo con speculazione finanziaria. Il biologico rappresenta un’opportunità strategica in campo economico e al tempo stesso un approccio efficace nel contrasto al cambiamento climatico e nella tutela dell’ambiente e della biodiversità. La vera sostenibilità non può che partire dal bio”.

Prima del convegno i presidenti di Aiab, Assobio, Associazione per l’agricoltura biodinamica e FederBio hanno partecipato a un evento di piazza per la sensibilizzazione verso il biologico, distribuendo materiale informativo e sacchetti di prodotti biologici (mele fresche e disidratate) e dialogando con i passanti.


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Crisi alimentare, gli operatori del biologico contestano lo stop proposto da Syngenta

«I dati scientifici dicono che l’agricoltura biologica trattiene al suolo il doppio di C02 di quella convenzionale: chi sostiene che il bio inquina di più dice bugie». Commenta così la presidente di FederBio, Maria Grazia Mammuccini, intervista che domenica il Ceo della Syngenta, Erik Fyrwald, ha rilasciato al giornale svizzero NZZ am Sonntag.

Secondo quanto rilanciato dall’agenzia di stampa Ats, il numero uno del colosso agro chimico acquistato nel 2017 dalla cinese Chem China, avrebbe detto che di fronte alla minaccia di una crisi alimentare globale provocata dalla guerra in Ucraina, è necessario rinunciare all’agricoltura bio per ottenere rese produttive maggiori. Fyrwald avrebbe inoltre dichiarato che il metodo biologico favorisce il consumo di terra, danneggia il clima e garantisce rese che possono essere inferiori fino al 50%. L’intervista al Ceo della Syngenta si è abbattuta come un fulmine a ciel sereno sull’agricoltura italiana, a poco più di due mesi dall’approvazione della tanto attesa legge sul biologico di cui oggi discuteranno Aiab, Assobio, Associazione per l’agricoltura biodinamica e FederBio riunite a convegno:

«Con il metodo bio la riduzione di produzione è compresa tra l’8 e il 24% nell’anno – ribadisce Mammuccini – invece nel medio – lungo periodo la produzione è pari al convenzionale se non di più, perché l’agricoltura biologica non fa perdere fertilità al suolo e frena la desertificazione».

La multinazionale ieri ha voluto chiarire in una nota che «le dichiarazioni rese dal nostro Ceo Erik Fyrwald sono state estrapolate da un ragionamento più ampio sull’agricoltura. Syngenta da sempre sostiene che solo l’integrazione dei diversi modelli di agricoltura può aiutare a rispondere alle sfide globali e alle esigenze
dei consumatori. L’agricoltura biologica è per Syngenta oggetto di grandi investimenti aziendali in ricerca & sviluppo, in Italia e nel mondo, per aumentare il numero di soluzioni tecniche messe a disposizione degli agricoltori». […]

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FONTE


TESTATA: Il Sole 24 Ore
AUTORE: Micaela Cappellini
DATA DI PUBBLICAZIONE: 10 maggio 2022



Fiera in campo: tecniche agronomiche di coltivazione biologica di mais da granella pacciamato ad uso zootecnico

DOVE: 

Centro Didattico Alessandro Navarra - Borgo Le Aie
Via Provinciale 15/B, Gualdo (Fe)

QUANDO:

Giovedì 12 maggio 2022, h.9.00 - 13.00

Il 12 maggio FederBio Servizi e la Fondazione Fratelli Navarra organizzano l’incontro “Tecniche agronomiche di coltivazione biologica di mais da granella pacciamato ad uso zootecnico”.

La partecipazione è gratuita e ai partecipanti sarà offerto un aperitivo contadino sull’Aia


Convegno: È l’ora dell’agricoltura bio. Una risorsa strategica per uscire dalle crisi

DOVE: 

Teatro De'Servi - Roma

Via del Motaro, 22

QUANDO:

Martedì 10 maggio 2022, h.15.00

Si svolgerà il 10 maggio presso il Teatro De’Servi a Roma in via del Mortaro, 22 il convegno dal titolo ” È l’ora dell’agricoltura bio. Una risorsa strategica per uscire dalle crisi”. Dopo 15 anni di impegno delle associazioni, degli agricoltori e dei cittadini, la legge sull’agricoltura biologica è finalmente stata approvata. Nello stesso tempo, all’interno della PAC, attraverso il Piano Strategico Nazionale, sono state destinate importanti risorse al settore del biologico.

Ora occorre tradurre in strumenti concreti le premesse stabilite nella legge: marchio made in Italy, Piano d’azione, formazione, ricerca, distretti biologici. E occorre capire come verranno impiegate le nuove risorse economiche per lo sviluppo di un’agricoltura che tutela la terra, l’acqua e il lavoro. Anche di fronte agli sconvolgimenti dei mercati alimentari globali, che rimettono al centro la necessità di produrre in maniera sana e pulita il cibo che ci serve, avviando finalmente la transizione agro-ecologica.

L’iniziativa, promossa da diverse associazioni del biologico (AIAB; AssoBio, Ass. per l’Agricoltura biodinamica, FederBio)  prevede, tra gli altri, l’intervento del Ministro Patuanelli e del Sottosegretario Battistoni.

È possibile seguire il convegno anche online sui profili social delle associazioni promotrici.


Emilia-Romagna sempre più bio grazie al protocollo d’intesa siglato tra FederBio e ANCI regionale

Bologna, 03 maggio 2022 – Stimolare le istituzioni e gli enti locali ai principi dell’agroecologia, promuovere la creazione dei distretti biologici, incrementare il consumo di prodotti bio nelle mense scolastiche e incentivare l’utilizzo del metodo biologico nella gestione del verde urbano e più in generale negli ambiti in cui sono vigenti i Criteri Ambientali Minimi (CAM). Questi alcuni dei punti più rilevanti alla base del protocollo d’intesa tra FederBio e ANCI Emilia-Romagna, Associazione rappresentativa di tutti i comuni della Regione.

L’accordo è teso a valorizzare all’interno delle politiche locali i principi dell’agroecologia e attivare iniziative in collaborazione in campo agroalimentare in linea con le recenti normative, tra cui la legge sul biologico in vigore dal 7 aprile. L’intesa prevede l’organizzazione di attività di formazione, informazione, promozione e sostegno finalizzate a sensibilizzare gli enti e l’imprenditoria locale verso forme di governance territoriale e incrementare la consapevolezza del valore economico, sociale e ambientale legato all’adozione del metodo biologico.

Con quasi 180 mila ettari coltivati a biologico, l’Emilia-Romagna è tra le prime regioni italiane per superficie bio, quota che è cresciuta tra il 2020 e 2019 dell’8%, anche il numero degli operatori bio emiliani romagnoli ha fatto registrare un incremento di circa l’8%. La Regione sta puntando in maniera sempre più decisa alla transizione agroecologica in linea con le strategie dell’Unione europea che prevedono di raggiungere almeno il 25% di territorio agricolo coltivato a bio entro il 2030.

“Supportare i territori che hanno avviato politiche per ridurre l’impiego della chimica di sintesi è parte integrande dell’impegno di FederBio. La firma del protocollo d’intesa con ANCI Emilia-Romagna ha l’obiettivo di sviluppare la transizione agroecologica di una regione già naturalmente vocata alla valorizzazione e promozione di principi sostenibili e a un orientamento verso l’agricoltura biologica e a Km 0 nelle politiche locali, con particolare riferimento alla gestione del verde pubblico e alla ristorazione collettiva. Un punto fondamentale dell’intesa riguarda la creazione dei Distretti Biologici, importantissimi per lo sviluppo delle zone rurali in ottica di inclusione sociale, sostenibilità ambientale e per cogliere a pieno le potenzialità espresse dalla nuova normativa nazionale sul biologico”, ha dichiarato Maria Grazia Mammuccini, Presidente di FederBio.

“I Comuni – così come le imprese, l’agricoltura e le famiglie – stanno affrontando grandi cambiamenti. Le città stanno già cambiando: i territori sono impegnati nella corsa verso la neutralità carbonica, verso l’adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici che modificheranno drasticamente il tessuto urbano. Nuove norme europee, nazionali e regionali ci richiedono di pianificare e operare in modo diverso, nei lavori pubblici come nelle gare d’appalto, nella gestione del verde e nella rigenerazione urbana. I Criteri Ambientali Minimi Ristorazione Collettiva come i CAM Verde portano i principi dell’agroecologia e l’approccio dell’agricoltura biologica e a Km0 nelle politiche locali di tutela e gestione del verde e della ristorazione collettiva, e sono solo un esempio. E sempre ai Comuni spetta il compito di raccontare ai propri cittadini il senso e il valore dello sforzo che sono chiamati a sostenere attraverso i servizi di amministrazione pubblica. Per imparare a fare cose nuove – e a comunicarle – servono tempo, formazione ed esperienze da cui trarre stimoli. Riteniamo che tessere nuove relazioni con chi ha esperienza e competenze in campi specifici sia fondamentale per contaminare tra loro le politiche e costruire nuovi messaggi” conclude Denise Ricciardi, Direttrice ANCI Emilia-Romagna.

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Il ruolo della transizione ecologica nella crisi alimentare

Occorre ripensare il nostro sistema di produzione per renderlo più indipendente da input esterni e più resiliente. Il punto di Maria Grazia Mammuccini, di FederBio.

La crisi alimentare ed energetica legate al conflitto in Ucraina evidenziano ancora una volta come il modello produttivo attuale non funzioni più.

Per far fronte agli impatti legati alla carenza di materie prime e all’impennata dei prezzi a livello globale, occorre puntare su circuiti virtuosi, finalizzati all’autonomia sia energetica che alimentare. Per questo è necessario ripensare il nostro sistema di produzione per renderlo più indipendente da input esterni e più resiliente. Energie rinnovabili da un lato e agricoltura biologica possono essere le svolte necessarie in questa fase di grandi cambiamenti.

Invece c’è chi vuole usare la crisi attuale per bloccare il Green Deal avviato a livello europeo mentre è necessario proprio adesso accelerare la transizione ecologica dei sistemi agricoli e alimentari. La riduzione dei pesticidi è fondamentale per rendere i sistemi agricoli più sostenibili. Le sostanze chimiche di sintesi comportano effetti dannosi sia per la salute dell’uomo che per l’ambiente e sono la prima causa di perdita di fertilità e vitalità del suolo.

Inoltre, con la crisi attuale, assistiamo all’impennarsi del costo di pesticidi e concimi chimici che rischia di strangolare le imprese agricole confermando ancora una volta il fallimento dell’agricoltura industriale non solo dal punto di vista ambientale, ma anche sul piano economico e sociale.

L’Unione europea ha adottato un pacchetto di misure sulla sicurezza alimentare, che spingono in direzione del Green Deal, puntando ad aumentare la resilienza del settore agricolo anche attraverso la crescita dei terreni bio. Su altri fronti però continua a cedere alla tentazione di utilizzare le difficoltà attuali per fare marcia indietro e ridare fiato all’agricoltura ad alto impatto ambientale.

A tal fine è paradossale la decisione di rinviare a data da destinarsi la presentazione delle nuove direttive europee per ridurre l’uso dei pesticidi, così come quella di mettere a coltura i terreni destinati ad aree di interesse ecologico. E cosa ancora più incredibile è consentire di farlo utilizzando pesticidi e fertilizzanti di sintesi chimica. Se proprio si devono mettere a coltura le terre destinate alla tutela della biodiversità per compensare la perdita di mais, girasole e cereali, bisogna almeno farlo con il vincolo del metodo biologico. La risposta per l’autosufficienza alimentare non può, infatti, che passare dal bio.

Non utilizzando prodotti di sintesi chimica ed essendo basata sulla circolarità e sul riciclo della sostanza organica, la bioagricoltura è in grado di tutelare la fertilità del terreno, preservare gli ecosistemi e la biodiversità, oltre a contrastare i cambiamenti climatici.

Una scelta concreta è dunque puntare sui distretti biologici e sulle filiere di prodotti bio fondate sul principio del giusto prezzo, le uniche in grado di valorizzare i territori garantendo cibo per i cittadini e un’equa remunerazione per gli agricoltori.

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FONTE


TESTATA: Terra Nuova
AUTORE: Maria Grazia Mammuccini
DATA DI PUBBLICAZIONE: 1 maggio 2022



Il compost e compost-tea: risorse sostenibili per la produzione bio di ciliegie e uva da tavola

Il gruppo operativo di Oltre.bio presenta i primi risultati del progetto presso l’azienda sperimentale del CREA-AA “Campo 7”

30/04/2022 – Il compostaggio di scarti e residui organici on-farm consente alle aziende di avere un metodo per produrre fertilizzanti organici da reimpiegare per le proprie attività. Questo a favore della filiera corta e del rispetto dell’ambiente. È quanto i partner del progetto Oltre.bio – sostenuto dal PSR Puglia 2014-2020 – hanno iniziato a sperimentare nell’Azienda “Campo 7” del CREA-AA realizzando un impianto di compostaggio su piccola scala capace di soddisfare le necessità all’interno del processo produttivo.

I primi risultati di questa sperimentazione sono stati presentati nella giornata dimostrativa del 29 aprile durante la quale i partecipanti hanno potuto “toccare con mano” quanto un’azione del genere può effettivamente portare a un reale beneficio per le aziende produttrici di uva e ciliegia bio.
“Il compost e il compost tea (compost sottoposto a estrazione in fase liquida) rappresentano per le aziende agricole una modalità di autoproduzione di fertilizzante organico, utilizzando i propri residui colturali. Questo, oltre a portare una maggiore qualità dei prodotti, permette all’agricoltore di ridurre i costi, rientrando in un circuito di economia circolare”, sostiene Luigi Tarricone, CREA-Centro ricerca Viticoltura ed Enologia.

Questo è uno degli incontri previsti all’interno del progetto Oltre.bio che si pone l’obiettivo di gestire le due colture protagoniste – quella dell’uva da tavola e della ciliegia – supportando la crescita e la maturazione, evitando squilibri vegetativi, rispettando il suolo e la risorsa idrica e gestendo al meglio il post-raccolta. Oltre.bio nasce dalla volontà di 11 partner e dal supporto della regione Puglia che, insieme all’attività di Università e centri di ricerca, vogliono garantire ai produttori pugliesi le migliori strategie e i migliori strumenti per aumentare la shelf life delle colture coltivate in biologico.


Oltre.bio è un progetto che prende forma dall’opportunità fornita dalla sottomisura 16.2 del PSR Puglia “Sostegno a progetti pilota e allo sviluppo di nuovi prodotti, pratiche, processi e tecnologie”. Partecipano attivamente al progetto: TENUTE D’ONGHIA S.A.S., FEDERBIO – FEDERAZIONE ITALIANA AGRICOLTORI BIOLOGICI E BIODINAMICI, ROMANAZZI VITANTONIO, OP ORTOFRUTTICOLA JONICA SOC. CONS. A R.L., AGRIMECA GRAPE and FRUIT CONSULTING SRL, UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELLA BASILICATA, GRUPPO TARULLI SOC. CONS. A R.L., UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI BARI ALDO MORO, CIHEAM ‐ BARI, AGROLAB S.c.a.r.l., CREA– CENTRO DI RICERCA VITICOLTURA ED ENOLOGIA CREA- CENTRO DI RICERCA AGRICOLTURA AMBIENTE Centro di ricerca Agricoltura e Ambiente.

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Maria Pia Terrosi

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Imbottigliare la qualità. Quasi la metà dei vini bio è nelle guide enologiche. Il Veneto si conferma tra i leader del settore.

I produttori di vino biologico sono in costante crescita ma bisogna comunicare meglio il valore dei prodotti.

29 aprile 2022 – I numeri in Veneto parlano chiaro: 3.800 operatori biologici (triplicati negli ultimi 10 anni), 45mila ettari di superficie di campi bio e di questi il 18% coltivati a vite. Una produzione che riesce a coprire molte tipologie con vini di qualità e che si trovano spesso in molte guide enologiche accreditate.

“Imbottigliamo la qualità”. Sostiene Enrico Maria Casarotti (presidente di A. Ve. Pro. Bi.). “Il 40% delle etichette di vino biologico lo troviamo all’interno delle guide con punteggi molto alti rispetto a tanti dei concorrenti convenzionali. Analizzando le valutazioni alla cieca di oltre 128mila vini svolte in 8 anni dagli esperti delle guide di Gault & Millau, Gilbert & Gaillard e Bettane & Desseauve risulta che i vini biologici ottengono in media 6.2 punti su 100 in più dei vini convenzionali. Anche dall’altra parte dell’oceano, verificando le degustazioni alla cieca di oltre 74mila vini curate in 12 anni da Wine Advocate, Wine Spectator e Wine Enthusiast, i ricercatori hanno scoperto per i vini biologici un punteggio in media superiore di 4.1 punti su 100. Nella classifica di Eric Asimov sui 20 migliori vini sotto 20 dollari, ne troviamo 9 di bio (45% circa) rispetto ad una superficie mondiale vitata gestita a bio del 7% circa. Tutela del territorio, tutela dei suoli: sono questi i valori che determinano un plus non solo sulla qualità organolettica del prodotto ma anche sull’effetto ambientale”.

Questo emerge dal webinar “Il vino bio in Veneto. Esperienze ed eccellenze del made in Italy”, terzo approfondimento sull’agricoltura biologica previsto all’interno del progetto Veneto Biologico, finanziato dal PSR Veneto 2014-2020 e promosso da FederBio. Chi acquista vino biologico, quindi, deve avere la consapevolezza che, chi lo produce ha come obiettivo la salvaguardia del territorio, difficile da portare avanti con altre tipologie di agricoltura.

Biologico vuol dire autenticità. E questa autenticità va comunicata in maniera chiara. Ed è proprio questa autenticità, secondo Marta De Anna (Sales e Marketing Manager presso Tenuta Villa Bellini), che fa fidelizzare il cliente. “Dobbiamo aprire le porte delle nostre cantine perché abbiamo molto da raccontare. I valori del biologico, quali rispetto dell’ambiente, tutela dei suoli e delle persone, sono un ottimo alleato per posizionare al meglio i nostri vini sul mercato. Strumenti molto potenti che aiutano a differenziare l’offerta”.

Biologico vuol dire coraggio. Produrre vino biologico è una vera e propria scelta di vita dove la cura dei suoli, la qualità dei prodotti, la sostenibilità sono al centro di tutta la produzione. È quanto dimostrato dalle esperienze delle aziende vitivinicole venete raccontate dagli altri partecipanti al talk: Chiara Coffele dell’Azienda Agricola Coffele, Lorenzo Fidora, Azienda Agricola Fidora, Valentina Cubi, Azienda Agricola Valentina Cubi, Stefano Righetti, Azienda Monteci e Mauro Zanini, Azienda Sass De Mura.

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Dania Buonamano

d.buonamano@silverback.it | tel. 3497528559


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Pesticidi nei suoli, i dati del monitoraggio dei terreni agricoli. Il bio si conferma come modello di riferimento per l’intero settore

Appello alle istituzioni: con la crisi alimentare deve crescere l’attenzione per un suolo fertile e sano. 

Roma, 27 aprile 2022 – Senza un suolo fertile e sano non c’è agricoltura. Nel momento in cui la crisi internazionale mette al centro il tema dell’approvvigionamento del cibo, occorre riportare l’attenzione su questa risorsa necessaria e non rinnovabile.

Il suolo impiega infatti fino a mille anni per rigenerare la fertilità persa per inquinamento o desertificazione. Secondo la Global Soil Partnership della FAO, il 33% del suolo terrestre è già degradato, percentuale che potrebbe salire al 90% entro il 2050. E sempre la FAO avverte che la vitalità del suolo, che si traduce soprattutto nella presenza di miliardi di microrganismi per centimetro quadrato,  è messa a rischio anche dalle sostanze chimiche di sintesi utilizzate in agricoltura: “l’uso eccessivo e improprio dei pesticidi causa danni indesiderati a specie non target (ndr: specie che non sono considerate dannose per l’agricoltura), mentre la persistenza nell’ambiente e i residui tossici possono impattare su specie utili e organismi non target, come gli umani, e possono contaminare le acque e i suoli a scala globale”.

E allora, qual è la situazione dei suoli italiani? La campagna di comunicazione e sensibilizzazione sulla salute dei suoli di Cambia la Terra, il progetto di FederBio con Legambiente, Lipu, Medici per l’ambiente, Slow Food e WWF, ha analizzato 12 suoli agricoli convenzionali comparandoli con altrettanti terreni biologici contigui e adibiti alle stesse colture, in un monitoraggio a carattere dimostrativo, su un totale di 24 aziende agricole.

I risultati, in breve: nei campi convenzionali sono state ritrovate ben 20 sostanze chimiche di sintesi tra insetticidi, erbicidi e fungicidi. La sostanza più rilevata è il glifosato, che compare in 6 campi convenzionali su 12, seguito dall’AMPA, un acido che deriva dalla degradazione del glifosato. Si tratta dell’erbicida più usato al mondo, che ha effetti sulla salute degli ecosistemi e su quella umana, e che è rientrato nella lista delle sostanze ‘probabilmente cancerogene’ dello Iarc di Lione (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro). Delle altre 18 sostanze chimiche di sintesi ritrovate, ben 5 risultano revocate da anni: due, il famigerato DDT e il suo metabolita DDE (sostanza che proviene dal degrado della molecola originaria), resistono in un campo presumibilmente da 44 anni, in quantità non trascurabili. Le altre (permetrina e imidacloprid), vietate rispettivamente nel 2001 e nel 2018, sono state ritrovate in un campo di pomodori; l’ultima (oxodiazon) revocata nel 2021, in un pereto. Per quanto riguarda i campi biologici, le sostanze di sintesi rilevate sono solo tre, tra cui un insetticida contro le zanzare, probabilmente proveniente dalle abitazioni vicine, e, in uno stesso, campo DDT e DDE. Si tratta con ogni evidenza di contaminazioni accidentali, da cui il bio cerca da sempre di difendersi.

A presentare i risultati della campagna nel corso del convegno “La tutela del suolo passa da un’agricoltura pulita”, sono stati tra gli altri la presidente di FederBio Maria GraziaMammuccini, il docente di Agronomia della Scuola Sant’Anna di Pisa, PaoloBàrberi, il ricercatore Ispra Lorenzo Ciccarese, il coordinatore del Comitato tecnico di FederBio Daniele Fichera, dopo i saluti del direttore dell’Orto Botanico Fabio Attorre e dell’assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei rifiuti di Roma SabrinaAlfonsi. Sono poi intervenuti Debora Fino, presidente Re Soil Foundation; Gianmaria Sannino, climatologo Enea; StefanoCiafani, presidente Legambiente; Alessandro Polinori, vicepresidente Lipu; Barbara Nappini, presidente Slow Food Italia e Isabella Pratesi, direttore Conservazione WWF Italia. A moderare l’evento, la giornalista Valentina Petrini.

 La Compagnia del Suolo – questo il nome della campagna che ha visto la carovana con tre giovani attivisti e diversi agronomi spostarsi sui 24 campi, da nord a sud d’Italia – ha ricevuto il patrocinio dell’ISPRA – Istituto superiore per la ricerca ambientale, e il CREA- Consiglio per la ricerca in agricoltura ha concesso alcuni dei suoi campi sperimentali per i prelievi.

“I risultati del monitoraggio dimostrativo evidenziano che i dati relativi ai campi coltivati con il metodo biologico sono decisamente migliori rispetto a quelli coltivati in convenzionale a conferma che il bio è un metodo di produzione che favorisce la tutela del suolo e della biodiversità”, commenta Maria Grazia Mammuccini. “Le quantità di residui chimici di sintesi nei campi convenzionali è un dato di fatto, soprattutto per le produzioni intensive, dove si conferma l’urgenza di ridurre l’uso di pesticidi di sintesi chimica in coerenza con gli obiettivi del GreenDeal europeo e per le quali il biologico può offrire soluzioni innovative sperimentate da anni con il biocontrollo.  Ma abbiamo rilevato che, in alcune coltivazioni ‘di punta’, all’interno di aree vocate, anche nel convenzionale l’uso è molto limitato. In due situazioni, un oliveto in Puglia e un campo di frumento in Basilicata, le sostanze di sintesi erano addirittura assenti. Questo risultato ci incoraggia a pensare che il biologico stia cominciando a rappresentare un modello di riferimento per l’agricoltura in generale, un risultato importante delle politiche, soprattutto europee, per lo sviluppo dell’agroecologia. La crisi internazionale e la mancanza di materie prime rimettono al centro il ruolo fondamentale dell’agricoltura. Tutelare e monitorare la salute dei suoli è un investimento necessario per supportare l’intero sistema agricolo”.

“Il sistema di controlli ambientali e sanitari monitora la presenza di pesticidi negli alimenti e nell’acqua. Nel suolo, primo organo recettore delle sostanze chimiche di sintesi utilizzate nell’agricoltura convenzionale, la presenza di molecole potenzialmente dannose per l’ambiente non viene invece rilevata sistematicamente. Così facendo, ignoriamo quali siano i loro effetti sulla miriade di organismi che popolano il suolo e sulle funzioni ecologiche che essi svolgono. È necessario che si dia inizio a un monitoraggio continuo dei residui della chimica di sintesi nel suolo, con il supporto delle istituzioni di ricerca. E che la nostra priorità sia l’eliminazione dei pesticidi con una persistenza ambientale molto lunga”, afferma Paolo Bàrberi, della Scuola Sant’Anna di Pisa.

Una richiesta che discende anche dalle analisi effettuate in aziende agricole nella Pianura Padana. In un campo biologico e in uno convenzionale sono state infatti rilevate tracce di DDT e del suo metabolita DDE: si tratta in tutti e due i casi di una pesante eredità del passato, visto che l’insetticida è proibito in Italia dal 1978.

 “Il suolo sano e ricco di biodiversità offre riparo a vertebrati, invertebrati, virus, batteri, funghi, licheni e piante che forniscono una moltitudine di funzioni e servizi ecosistemici a beneficio di tutti e di tutto. I suoli ospitano oltre il 25% della biodiversità del nostro pianeta.  Più del 40% degli organismi viventi negli ecosistemi terrestri sono associati direttamente con i suoli, nel corso del loro ciclo di vita. Questa comunità diversificata di organismi viventi mantiene i suoli sani e fertili, regola molti processi biologici, chimici e fisici che portano alla produzione di alimenti e fibre o purifica il suolo e l’acqua.  Il rischio è che i pesticidi danneggino la biodiversità contenuta nel suolo. In un grammo (una quantità contenuta in un solo cucchiaio) di terreno fertile ci sono fino a un miliardo di cellule batteriche, 200 metri di ife fungine, e una vasta gamma di organismi animali, come nematodi, vermi, insetti, che lo rendono vivo e fertile”, spiega Lorenzo Ciccarese, esperto Ispra.

Solo un suolo fertile può assicurare l’importantissimo servizio di assorbimento dell’anidride carbonica dall’atmosfera: l’Ipcc (il panel scientifico delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) calcola che il suolo sequestra il 30% di anidride carbonica che noi produciamo. L’uso intensivo dei campi agricoli, insieme al consumo di suolo a favore di infrastrutture e del tessuto urbano, ne sta già compromettendo la tutela e la preservazione.

Capitolo a parte riguarda il rame, un fungicida che gli agricoltori usano da secoli e che è consentito anche nel biologico. Le analisi ne hanno evidenziato la presenza in tutti i 24 campi analizzati. In quasi la metà dei casi, 5 su 12, ce n’era una quantità significativamente maggiore nelle aziende convenzionali; in 4 casi su 12 c’è una equivalenza tra bio e convenzionale e solo in 3 casi su 12 il rame nei campi biologici prevale significativamente sull’analogo convenzionale.

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