Non solo la guerra. “Anche speculazione e siccità dietro i rincari del grano: puntare sulla filiera corta”

Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, propone di accelerare la riconversione green

Assalto a farina e olio, accaparramenti di pasta, scaffali svuotati, supermercati che razionano. A tre settimane dal suo inizio, l’impatto della guerra in Ucraina sta provocando panico anche sulla catena agroindustriale europea e mondiale. L’allarmismo degli europei per le scorte alimentari è presumibilmente esagerato; le zone maggiormente colpite dal mancato o ridotto approvvigionamento da Russia e Ucraina sono soprattutto i Paesi del Nord Africa e il Medio Oriente dove, tra il 2010 e il 2011, proprio la carenza e l’aumento di pane e cereali scatenò le rivolte che portarono alle Primavere arabe. Tuttavia la crisi ucraina si somma all’emergenza climatica, alla pandemia e alla crisi energetica già in atto. Tutti fattori che hanno avuto un notevole impatto sul mercato agroindustriale, con diminuzione delle materie prime, difficoltà di movimento dei mercantili e aumento di prezzi.

In Europa il conflitto rischia così di innestare un effetto domino pericoloso soprattutto per le sorti del Green Deal e della transizione ecologica. In Francia sia i sindacati che il presidente Macron chiedono “sovranità alimentare”. In Italia l’atmosfera è simile: durante il question time del 9 marzo il presidente del Consiglio Mario Draghi, dopo aver incontrato il ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli, ha dichiarato che per l’agroalimentare bisognerà “agire come per l’energia”, ossia diversificando e aumentando la produzione europea. “Non è facile aumentare la superficie coltivabile sulla base dei regolamenti comunitari. Occorrerà quindi riconsiderare il contesto regolatorio che ci ha accompagnato, va rivisto per questo periodo di emergenza”. Il rischio è quindi, in tutta Europa, che l’ansia e la preoccupazione per le derrate alimentari e il caro prezzi finiscano per allentare le normative ambientali in vigore.

La preoccupazione del mondo del biologico è netta. “Cogliere questa fase per riproporre il modello di agricoltura intensiva e la dipendenza dalle multinazionali dell’agrochimica: è un rischio sotto gli occhi di tutti”, commenta Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio. “Sta succedendo in tutti i Paesi europei, si stanno mettendo in discussione le politiche comunitarie dicendo che le priorità sono altre. In realtà la crisi attuale è parte di un modello produttivo che non funziona più e che ha attivato una crisi climatica di cui tutti vediamo gli effetti”. Le difficoltà per le imprese agricole ci sono e sono notevoli, ma è così da ben prima della guerra in Ucraina. “Il conflitto ha portato ulteriori criticità ma, almeno in Italia, non è la causa della carenza di grano o dell’aumento di prezzi”, continua Mammuccini. “Il dato di importazione di grano ucraino nel nostro paese è intorno al 6%”. Il meccanismo speculativo è uno dei fattori di cui tener conto per spiegare l’aumento dei prezzi secondo la presidente di FederBio: “Un punto critico importante è sicuramente l’aumento dei costi energetici, già presente prima del conflitto. La crisi pandemica generale poi ha attivato uno sconquasso a livello di sistemi economici e finanziari, nel quale si sono inseriti dei meccanismi speculativi molto forti”.

Eppure, questa situazione già difficile da anni, spesso a causa del cambiamento climatico, peggiorata con la pandemia e adesso con le tensioni e il conflitto russo-ucraino, sarebbe una buona occasione per rilocalizzare i processi produttivi e accorciare le filiere, nel solco della sostenibilità.

“Questa è una linea di demarcazione molto delicata”, osserva Mammuccini. “Per il mondo del bio, l’idea di accorciare le filiere è un’occasione per accelerare la riconversione verso il Green Deal. Quello che sta succedendo deve spingere a cambiare modello produttivo, creando sistemi di consumo alimentare ed energetico a livello locale, senza scivolare in un protezionismo che chiude le frontiere”. […]

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FONTE


TESTATA: Ansa
AUTORE: Redazione
DATA DI PUBBLICAZIONE: 12 marzo 2022



Appello di 17 Associazioni al Governo: Per scongiurare nuove crisi puntiamo sulla transizione ecologica dell’agricoltura italiana ed europea

La sicurezza alimentare in Europa e in Italia si difende puntando sulla transizione ecologica dell’agricoltura non indebolendo le norme della nuova PAC post 2022 e le Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità”.

Roma, 16 marzo 2022

Indebolire le Strategie UE Farm to Fork e Biodiversità 2030 dell’Unione Europea e rivedere le norme ambientali della nuova PAC post 2022 sarebbe un grave errore e non risolverebbe i problemi collegati all’aumento dei prezzi e disponibilità di materie prime, problemi ulteriormente aggravati dalla guerra in Ucraina che stanno mettendo in grave difficoltà le aziende agroalimentari europee e nazionali. Serve, invece, accelerare la transizione ecologica della nostra agricoltura rivedendo i modelli di produzione e consumo del cibo”

E’ quanto sostengono 17 Associazioni ambientaliste, dei consumatori e dei produttori biologici, in una lettera inviata al Presidente del Consiglio, Mario Draghi, e ai Ministri Patuanelli e Cingolani. Una lettera, che fa seguito ad un analogo appello in difesa della transizione ecologica dell’agricoltura inviato il 10 marzo scorso alla Commissione Europea da quasi 100 Associazioni europee Con questa lettera le Associazioni nazionali rispondono agli argomenti con cui le lobby dell’agricoltura industriale sostengono la necessità di rivedere gli obiettivi del Green Deal per affrontare la crisi dei prezzi e delle materie prime causata, solo in parte, dalla guerra in Ucraina. Le Strategie europee che le lobby contestano puntano a tutelare la biodiversità e a ridurre l’impatto che le pratiche agricole intensive determinano su clima e ambiente, con obiettivi al 2030 che riguardano la riduzione dell’utilizzo di pesticidi e sostanze chimiche nei campi e nelle stalle e il mantenimento di uno spazio per la biodiversità nel paesaggio agrario.

Le 17 Associazioni, nella loro lettera, stigmatizzano la strumentalità e l’inadeguatezza di un dibattito che utilizza la drammatica contingenza della guerra in Ucraina per attribuire alla transizione ecologica la responsabilità delle crisi in corso in Europa. Nel quadro di drammatica incertezza che affligge l’agricoltura occorre invece concentrarsi proprio su interventi che garantiscano un futuro sostenibile per il settore agricolo, anche dal punto di vista economico. E’ surreale che invece si sposti la discussione sulle strategie della transizione ecologica che si proiettano su scadenze di medio e lungo periodo. La nuova PAC infatti entrerà in vigore dal 2023 e sarà pienamente operativa dal 2025, mentre per molte aziende agricole la sopravvivenza è questione di giorni o settimane. E’ pertanto urgente intervenire a sostegno delle aziende agricole in grave difficoltà per l’aumento dei prezzi delle materie prime con interventi tempestivi e mirati, tenendo anche conto delle speculazioni finanziarie in atto. Allo stesso tempo, però, è necessario accelerare le risposte alle grandi sfide della sostenibilità ambientale e climatica dell’agricoltura, a partire dall’attuazione delle Strategie “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030” e della nuova PAC post 2022, proprio per rendere i sistemi agroalimentari meno vulnerabili a questi shock.  Senza provvedimenti adeguati ed efficaci per la soluzione di questi problemi globali i rischi di nuove crisi saranno sempre maggiori in futuro.

La guerra in Ucraina sta evidenziando la vulnerabilità dell’Europa nella dipendenza da importazioni di materie prime e di energia. Ma il conflitto è l’ultimo di una serie di eventi, iniziati con la pandemia di COVID e proseguiti con la siccità in Nord America che ha dimezzato i raccolti, innescando dinamiche speculative e una pericolosa ascesa dei prezzi. In un mondo sempre più esposto a shock globali e a conflitti, abbiamo bisogno di una radicale riforma dei nostri sistemi agroalimentari, per promuovere modelli produttivi e di consumo più resilienti e sostenibili” sottolineano le 17 Associazioni. “I timidi passi verso una transizione agroecologica attesi con la riforma della PAC non possono essere vanificati dalla conservazione degli stessi sistemi produttivi e modelli di consumo che ci hanno condotto in questa situazione. Non è aumentando la produzione attraverso un ulteriore degrado dell’ambiente naturale o aumentando la dipendenza da energie fossili che si risolveranno i problemi. Occorrono politiche che favoriscano la sicurezza alimentare, sostengano pratiche estensive e rispettose del benessere degli animali, valorizzino il ruolo degli agricoltori e promuovano diete più sane, con una riduzione e una qualificazione del consumo di prodotti di origine animale”.

Evidenze scientifiche supportano queste posizioni, come il recente rapporto IPCC secondo cui “mentre lo sviluppo agricolo contribuisce alla sicurezza alimentare, l’espansione agricola insostenibile, guidata in parte da diete squilibrate, aumenta la vulnerabilità dell’ecosistema e la vulnerabilità umana e porta alla competizione per la terra e/o le risorse idriche”. L’ISMEA, nell’analizzare i problemi attuali di disponibilità del mais in Italia, evidenzia come sia divenuta “ormai strutturale la dipendenza degli allevamenti dal prodotto di provenienza estera”: si tratta di un grosso segmento della nostra produzione agroalimentare che si dichiara ‘Made in Italy’ ma si basa su importazioni di mangimi, spesso prodotti in Paesi che hanno norme, ad esempio in materia di OGM e pesticidi, molto meno rigorose di quelle europee.

Gran parte dell’insicurezza dei sistemi agroalimentari dipende dalla espansione della zootecnia intensiva, se si considera che il 70% dei terreni agricoli europei è destinato all’alimentazione animale, e a questi si sommano le terre coltivate al di fuori della UE da cui importiamo mangimi per alimentare un settore produttivo divenuto ipertrofico e inquinante, oltre che non rispettoso del benessere animale.

Per le 17 Associazioni “la risposta in grado di garantire una maggiore sicurezza ai sistemi agroalimentari in Europa passa pertanto dalla riduzione del numero degli animali allevati, che richiede una contemporanea riduzione dei consumi di carne e prodotti di origine animale e consentirebbe di liberare terreni per colture alimentari, capaci di soddisfare meglio diete diversificate e a basse emissioni, garantire il diritto di accesso al cibo locale e biodiverso a prezzi sostenibili.”

Arare più terreni, trasformando i prati-pascoli e le aree naturali in seminativi, come si sta proponendo di fare per incrementare superfici agricole destinate a produrre mangimi, usando ancora più pesticidi e fertilizzanti, aumenterebbe pericolosamente il rischio di collassi degli ecosistemi, riducendo la capacità dell’agricoltura di reagire agli shock esterni.

Una revisione al ribasso degli obiettivi della nuova PAC e delle Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030” cancellerebbe ogni residua prospettiva di transizione ecologica della nostra agricoltura, che invece può sganciarsi dalle dinamiche speculative dei mercati globali, come ha già saputo fare, in gran parte, il settore dell’agricoltura biologica, e puntare su qualità e sostenibilità. […]


Vino: FederBio, settore in crescita, si investa in ricerca

La federazione tra gli organizzatori di Sana Slow Wine a Bologna

“FederBio ha sottoscritto il manifesto del ‘vino buono, pulito e giusto’ su cui si è attivata l’iniziativa di ‘Sana slow wine fair’ perché i tre pilastri a cui si fa riferimento, cioè sostenibilità ambientale, tutela del paesaggio e crescita sociale e culturale, sono i fondamenti del biologico”.

Sono le parole di Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, la federazione creata nel 1992 dalle organizzazioni italiane del biologico e del biodinamico con l’obiettivo di costituire un organismo unitario di rappresentanza. FederBio lavorerà in collaborazione con Bologna Fiere, Confcommercio Ascom e con Slow Food per l’organizzazione di Sana Slow Wine Fair, a Bologna dal 27 al 29 marzo, alla quale parteciperanno 500 cantine espositrici.

“Il vigneto bio è un settore in rapida trasformazione e da noi c’è la percentuale più alta sul totale di vigneto nazionale – ha aggiunto Mammuccini – in pochi anni il 50% della produzione di Chianti classico è bio e in Franciacorta oltre il 70%. Anche le zone prestigiose vedono nel biologico un elemento importante per valorizzare un prodotto come il vino che naturalmente, se è espressione di un territorio, deve partire da metodo produttivo”. Il 2 marzo, inoltre, il Senato ha approvato in via definitiva il ddl sul biologico che prevede, tra le altre cose, l’istituzione di un tavolo tecnico per la produzione biologica e la nascita del marchio biologico italiano, ma anche un piano d’azione nazionale per la produzione biologica dalla durata di tre anni e un piano nazionale per le sementi biologiche. “Lavoriamo per ottenere questo risultato da 15 anni – ha concluso soddisfatta la presidente – sono sicura che aiuterà la crescita di tutto il settore, ma bisognerà mettere a sistema le risorse, che dovranno essere spese sulla base di una strategia, oltre allo stanziamento di fondi specifici, appena verrà attivato il piano, per investire sulla ricerca e l’innovazione”.[…]

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TESTATA: Ansa
AUTORE: Redazione
DATA DI PUBBLICAZIONE: 12 marzo 2022



Biologico, una filiera tutta italiana

Nella legge appena approvata c’è la certificazione «made in Italy bio» e il riconoscimento dei distretti, con particolare attenzione alle aree interne e alle riserve naturali. Un’analisi delle novità.

Il 2 marzo 2022 è una data storica per il biologico italiano. Dopo 15 anni e 3 legislature è stato finalmente approvato in via definitiva il DDL n. 988 «Disposizioni per la tutela, lo sviluppo e la competitività della produzione agricola, agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico». Siamo decisamente soddisfatti perché si tratta di una norma che contiene elementi indispensabili per favorire la transizione ecologica dei sistemi agricoli italiani.

La finalizzazione della legge sul bio arriva in un momento decisivo, in quanto, a partire dalla fase attuale e fino al 2027, saranno messe in campo una notevole quantità di risorse per favorire lo sviluppo del biologico. Si tratta di investimenti importanti che complessivamente ammontano a quasi tre miliardi di euro, considerando i finanziamenti contenuti nel Fondo per il biologico, nel PNRR e nel Piano Strategico Nazionale della PAC. Ovviamente è essenziale che queste risorse vengano spese bene, in maniera programmata e integrata, per garantire la crescita del settore. Da qui l’importanza di avere una legge che fornisca gli strumenti necessari per definire una strategia per lo sviluppo del settore sia in termini di produzione che di consumi. A questo fine, tra gli elementi più importanti contenuti nel DDL 988, sottolineerei l’approvazione del Piano d’azione nazionale per il biologico e l’attivazione del tavolo tecnico per la produzione biologica. Sono due punti essenziali per avviare una programmazione mirata e puntuale che permetta di investire al meglio tutte le risorse a disposizione per avere una ricaduta economica durevole e non utilizzare i fondi in modo sbagliato o, peggio ancora, sprecarli.

Un altro punto sostanziale contenuto nell’articolo 6 è relativo all’istituzione del marchio «Made in Italy bio», che può consentire di fare un salto di qualità al settore attraverso filiere di bio 100% italiano e al giusto prezzo, che uniscano il valore dell’identità del cibo italiano a quello della sostenibilità dato dal marchio biologico.

Decisamente rilevante anche il riconoscimento dei distretti biologici, che permettono di sviluppare l’agricoltura e l’economia dei territori rurali con una particolare attenzione alle aree interne e alle aree naturali protette. I Bio distretti rappresentano un’opportunità concreta di crescita del biologico grazie allo sviluppo sostenibile delle aree rurali. Grazie a politiche distrettuali tese a favorire la conversione biologica a livello territoriale, i distretti bio sono in grado di promuovere l’insieme delle risorse locali integrandosi con il turismo, l’artigianato e le altre attività economiche, valorizzando al tempo stesso l’ambiente ed il paesaggio. Si basano sul rapporto diretto produttore-consumatore attraverso filiere corte locali e la fornitura di prodotto bio nelle mense pubbliche come strumento strategico di educazione alimentare. […]

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TESTATA: Il Manifesto
AUTORE: Maria Grazia Mammuccini
DATA DI PUBBLICAZIONE: 10 marzo 2022



Natural & Organic Products Europe 2022

DOVE: 

Londra

QUANDO:

Domenica 3 e lunedì 4 aprile 2022

‘Natural & Organic Products Europe’ ha annunciato che la registrazione dei visitatori è ora aperta per l’edizione 2022: dopo un’attesa di due anni, la fiera leader nel Regno Unito per i prodotti naturali, biologici e sostenibili riunirà nuovamente il settore il 3-4 aprile, all’Excel di Londra. La fiera riunirà 700 espositori in cinque sezioni: Natural Food (cibi e bevande naturali, biologici, free-from, equosolidali e sostenibili), Natural Health (vitamine, minerali e integratori naturali), Natural Beauty & Spa (bellezza pulita, consapevole e biologica, e cura della persona), Natural Living (prodotti eco-living naturali, biologici e senza plastica) e Vegan World (cibi e bevande senza latte, senza carne e a base vegetale).

INFO E CONTATTI:



Seminario - Il compostaggio biodinamico

DOVE: 

Evento on line

QUANDO:

Sabato 12 marzo 2022

L’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica organizza per la mattina di sabato 12 marzo un seminario sul compostaggio biodinamico con accesso riservato ai soci 2022 dell’Associazione. Alcune ore prima dell’evento gli iscritti in regola con la quota di adesione riceveranno il link per il collegamento e potranno richiedere il file con la registrazione del video.

A questo link è possibile iscriversi e registrarsi all’evento. Le iscrizioni rimarranno aperte fino alle 17.30 di venerdì 11 marzo.

INFO E CONTATTI:



Bologna scommette sul vino bio con il lancio del Sana Slow Wine Fair

«Il vino è un’eccellenza italiana che riguarda l’agricoltura, le relazioni, la socialità, cultura, e la conoscenza. La fiera si sposa bene con un momento in cui ci si interroga sul rispetto della terra quando dobbiamo produrre».

Con queste parole Gianpiero Calzolari, presidente di Bologna Fiere, ha presentato Sana Slow Wine Fair, la prima fiera internazionale del vino biologico, organizzata in collaborazione con Slow food, FederBio e Confcommercio Ascom Bologna, che si terrà a Bologna dal 27 al 29 marzo. Soddisfazione da parte di Calzolari per quanto riguarda la recente approvazione da parte del Senato della legge sul biologico.

«Partire con una manifestazione che si occupa di vino con un approccio legato alla sostenibilità credo che sia un buon modo per inaugurare una legge di cui si sentiva il bisogno», ha spiegato. Il presidente di BolognaFiere, inoltre, ha ricordato l’importanza del voto del parlamento europeo per eliminare dalle linee guida per la lotta ai tumori della Commissione l’obbligo di etichette ‘sanitarie’ sul vino. «C’è sempre una lettura da parte di una componente incalzante dei decisori europei rigorosa che tende a stigmatizzare i cibi come salubri 0 no a prescindere dalle quantità, ma questa è una battaglia vinta», ha affermato Calzolari, che è convinto ci siano margini di crescita per una fiera che, nella prima edizione, accoglie 500 cantine espositrici da tutto il mondo. L’obiettivo è far sì che diventi un riferimento internazionale per appassionati e lavoratori del vino biologico. «C’è molto potenziale di crescita perché si avvicina la qualità del prodotto con la modalità con cui viene consumato – ha concluso – e in l’Italia è uno dei settori più importanti della nostra agricoltura e del nostro paesaggio, con la presenza di viticoltori biologici che non ha eguali nel mondo». […]

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TESTATA: Il Sole 24 Ore
AUTORE: Redazione
DATA DI PUBBLICAZIONE: 8 marzo 2022



Olio extravergine d’oliva, le regole chiave per distinguerlo e conservarlo al meglio

Il suo uso come conservante naturale per vegetali e pesce (conserve ‘sott’olio’) fa sì che sia considerato un alimento poco deperibile. In realtà l’olio, che aiuta a mantenere nel tempo le caratteristiche degli alimenti perché ne evita il contatto con l’ossigeno è, a sua volta, un prodotto delicato, soggetto all’ossidazione e quindi all’irrancidimento o, comunque, a un decadimento qualitativo. In particolare questa considerazione ha un peso quando si tratta del prezioso olio extravergine d’oliva, come ricorda l’Associazione italiana dell’industria olearia Assitol che, in occasione della giornata internazionale di Prevenzione dello spreco alimentare, lo scorso 5 febbraio, ha pubblicato la guida pratica Olio extravergine di oliva: un tesoro da preservare, scaricabile gratuitamente online.

Innanzitutto è importante sottolineare che l’olio d’oliva non ha una scadenza. Sulle confezioni è infatti stampato il termine minimo di conservazione, vale a dire il periodo in cui il prodotto mantiene le sue qualità sensoriali e salutistiche. In media sono indicati tra i 12 e i 18 mesi, a seconda della cultivar, ma è sempre bene controllare l’etichetta. In generale, il Consiglio oleicolo internazionale (organizzazione che rappresenta i paesi produttori di olio d’oliva e di olive da tavola) raccomanda di non superare i 24 mesi. Tuttavia, perché l’olio extravergine, di cui gli italiani consumano mediamente 10,5 kg l’anno pro capite, si conservi per il tempo indicato mantenendo tutte le sue caratteristiche, è importante rispettare alcune semplici regole:

1- Il buio: la scelta di bottiglie scure svolge una funzione importante in questo senso, ma è opportuno che la bottiglia, anche se non è trasparente, sia tenuta al riparo dal sole e dall’illuminazione artificiale.

2- Il fresco: la temperatura ideale non deve essere soggetta a sbalzi e va mantenuta tra i 16 e i 20 gradi. Di conseguenza, naturalmente, va evitato il congelamento, che produrrebbe una precipitazione dei polifenoli, impoverendo l’olio sia sotto il profilo del gusto sia sotto quello nutrizionale.

3- L’aria: il tappo deve essere chiuso accuratamente per evitare l’ossidazione e il conseguente irrancidimento del prodotto.

4- Termine di conservazione: per il Consiglio oleicolo internazionale, non bisogna superare i 24 mesi.

5- Odori: come tutti i grassi, l’olio tende ad assorbire gli odori, quindi è importante tenerlo lontano da vernici, detersivi molto profumati, ma anche da muffe e locali saturi di fumi.

6- Niente oliere: in locali e ristoranti italiani, le vecchie oliere sono proibite per legge dal 2006. L’olio deve essere proposto in bottiglie, preferibilmente in vetro scuro, con apposito tappo anti-rabbocco.

7- Colore: Il colore del buon olio extravergine può variare dal giallo oro alle diverse tonalità di verde, ma non deve virare sul rosso arancio, perché tale variazione indica che il prodotto è ossidato. Nel caso di acquisto di un olio extravergine con questa colorazione, l’associazione consiglia di avvisare il punto vendita chiedendo la sostituzione del prodotto. Se invece si notano residui sul fondo della bottiglia, non si tratta di un fenomeno anomalo ma della naturale sedimentazione di sostanze sospese, tipica per esempio degli oli non filtrati.

In che cosa si distingue l’extravergine dagli altri oli d’oliva e quante tipologie di olio si possono ricavare dal frutto di questa pianta tipica del clima mediterraneo? Gli oli derivati dalle olive, tutti caratterizzati dalla stessa quantità di acidi grassi mono-insaturi, sono di quattro tipologie, oltre all’extravergine ci sono il vergine, l’olio d’oliva e quello di sansa d’oliva. Il primo, però, può essere ottenuto solo direttamente dall’estrazione dalle olive fatta esclusivamente con processi meccanici controllati termicamente. Deve inoltre essere privo di difetti organolettici e con un’acidità non superiore allo 0,8%. […]

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TESTATA: Il Fatto Alimentare
AUTORE: Chiara Cammarano
DATA DI PUBBLICAZIONE: 11 febbraio 2022



La legge sul bio arriva al momento giusto, ora occorre una strategia per investire i 3 miliardi a disposizione per il settore

Mammuccini: «Soddisfatti, ora l’obiettivo del 25% dei terreni entro il 2030»

Tra il Piano strategico nazionale per la Pac 2023- 2027, il Pnrr, il fondo per il biologico istituito dalla Finanziaria del 2020 e il nuovo fondo per la ricerca e l’innovazione, la legge sul biologico approvata definitivamente mercoledì scorso sblocca 3 miliardi di euro di nuovi finanziamenti verso un comparto che ad oggi, in Italia, vale 7,5 miliardi di euro. A fare i conti è Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, che prima di tutto si dice soddisfatta: quella che i produttori biologici hanno atteso per tredici anni «è un’ottima legge». Le prime risorse, già pronte sul tavolo per essere prese, sono i 30 milioni di euro del Fondo per il biologico istituito dalla legge di Stabilità del 2020:

«Furono stanziati perché si pensava che la legge sul biologico sarebbe stata approvata di lì a poco – racconta Mammuccini – e invece da allora ci sono voluti altri due anni». Dal Pnrr invece arriveranno 300 milioni di euro, vale a dire un quarto degli 1,2 miliardi che il Piano di ripresa e resilienza stanzia per l’agricoltura sostenibile: «Gli obiettivi europei parlano chiaro – dice la presidente di FederBio – ogni membro Ue deve raggiungere il 25% di superficie agricola coltivata a biologico entro il 2030» .

Dunque, il 25% di questo stock di fondi andrà proprio agli agricoltori bio. La fetta più grossa della torta, però, è quella contenuta nel Piano strategico nazionale per il quinquennio Pac 2023-2027, che il nostro Governo a fine dicembre ha inviato alla Commissione europea: sono infatti ben 2,5 miliardi i fondi che la Politica agricola comune stanzia per mantenere i terreni già coltivati a bio ed espanderli fino a raggiungere la famosa quota del 25%.

«Tutti insieme sono davvero tanti soldi – dice Maria Grazia Mammuccini – ora però abbiamola responsabilità di spenderli bene, per garantire uno sviluppo che sia duraturo sul territorio e che sostenga in particolare le aree interne e quelle montane del Paese». E qui arriviamo all’importanza della legge quadro sul biologico approvata questa settimana: «Entro 90 giorni dalla sua pubblicazione – spiega la presidente di FederBio – il governo è chiamato ad approvare il Piano d’azione nazionale per lo sviluppo dell’agricoltura biologica. Tra l’altro, dovrà anche procedere all’istituzione di un ulteriore fondo, quello per la ricerca e l’innovazione, per il quale è già stata stabilita una dotazione pari al 2% del fatturato realizzato dalla vendita dei pesticidi e
dei fertilizzanti di sintesi chimica».

Una sorta di compensazione per l’utilizzo dei prodotti chimici anziché biologici nei campi. Cosa vorrebbe veder scritto, FederBio, in questo piano?

« Sicuramente lo sviluppo di filiere bio made in Italy al giusto prezzo – dice la presidente Mammuccini – la corsa al ribasso sta colpendo anche questo settore, bisogna arrivare a stabilire un prezzo minimo dei prodotti biologici, sul principio di quello che è stato fatto al tavolo nazionale del latte ». Poi serve il riconoscimento e il sostegno ai distretti biologici: «Ce ne sono già almeno una quarantina in Italia – spiega Mammuccini – non si concentrano sulla coltivazione di un singolo prodotto ma sono in grado di creare importanti sinergie tra aziende agricole, imprese della trasformazione e ricezione turistica ». Il terzo punto è la revisione del sistema dei controlli: «Occorre una piattaforma della tracciabilità gestita a livello ministeriale, che semplifichi la burocrazia che schiaccia le aziende e allo stesso tempo garantisca la trasparenza per i consumatori ». […]

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TESTATA: Il Sole 24 Ore
AUTORE: Micaela Cappellini
DATA DI PUBBLICAZIONE: 5 marzo 2022



Pac Post 2022: Una Strada In Salita Per La Transizione Ecologica

Pubblicata l’analisi dei coordinamenti Europei di BirdLife e EEB sui Piani Strategici Nazionali della PAC di 22 Stati membri rispetto al loro contributo a fermare la perdita di biodiversità e i cambiamenti climatici. L’analisi conferma l’insuccesso della riforma della PAC. Piano Strategico Nazionale italiano con gravi lacune sulle azioni indispensabili al Green Deal europeo.

Roma, 3 marzo 2022 – Giudizio negativo per i Piani Strategici Nazionali di 22 Stati membri della UE, tra cui l’Italia,  secondo l’analisi, pubblicata da BirdLife e EEB. Per l’Italia l’analisi è stata realizzata dalle Associazioni della Coalizione #CambiamoAgricoltura. I Piani Strategici Nazionali per l’agricoltura europea sono stati valutati rispetto alle esigenze di conservazione della biodiversità e di contrasto ai cambiamenti climatici, seguendo una lista di 7 domande chiave, tra cui la protezione garantita a prati e aree umide, la presenza di azioni e budget per il clima e garantire aree idonee per la tutela della biodiversità, fino alla presenza di sussidi perversi e al grado di coinvolgimento delle Associazioni ambientaliste nella redazione del Piano. Le valutazioni puntuali sono poi state sintetizzate in un giudizio a “semaforo”:  https://www.birdlife.org/news/tag/cap/. 18 dei 22 piani ottengono solo un punteggio scarso o molto scarso nelle diverse categorie di analisi, indicando che la stragrande maggioranza dei Piani Strategici Nazionali non raggiungerà quanto promesso per quanto riguarda gli obiettivi ambientali e climatici, allontanando di fatto la possibilità di una vera transizione ecologica, con una alta probabilità di non raggiungere gli ambiziosi obiettivi delle Strategie UE Biodiversità 2030 e Farm to Fork.

L’Italia riceve una sonora bocciatura, con una valutazione complessiva non positiva dell’analisi del suo Piano Strategico Nazionale”, commentano le Associazioni della Coalizione #CambiamoAgricoltura, che avevano già criticato il documento di programmazione 2023-2027 trasmesso il 31 dicembre 2021 alla Commissione UE. “Sono ancora troppo poche le azioni e il budget per la biodiversità e il clima, che vengono relegati sostanzialmente al secondo pilastro, svuotando di fatto la potenzialità del nuovo strumento degli eco-schemi del primo pilastro, utilizzati essenzialmente per compensare gli effetti della convergenza interna e la revisione dei titoli storici”.

Le Associazioni della Coalizione #CambiamoAgricoltura riconoscono l’attenzione dedicata nel PSN dell’Italia all’agricoltura biologica ma evidenziano come la sostenibilità ambientale viene ancora complessivamente percepita dal MIPAAF e dal mondo agricolo come un “balzello da pagare” e non come l’opportunità per cambiare radicalmente i nostri sistemi agro-alimentari, rendendoli più resilienti ai cambiamenti globali e meno dipendenti dalle importazioni delle materie prime, come anche i cittadini-consumatori chiedono da tempo. La guerra tra Russia e Ucraina ed il rapporto dell’IPCC sugli effetti dei cambiamenti climatici hanno evidenziato chiaramente la vulnerabilità dei sistemi agro-alimentari europei e nazionali, ancora troppo dipendenti dalle energie fossili (il 30% del metano consumato a livello globale serve per la produzione di fertilizzanti chimici) e minacciati dagli effetti dei cambiamenti climatici. La nuova PAC doveva essere una risposta a queste attuali drammatiche emergenze, ma sembra invece non aver fornito strumenti e soluzioni efficaci. Negativo il giudizio anche sulla partecipazione degli attori sociali nel processo per la redazione del PSN

se fino al 28 Dicembre avremmo dato un giudizio non del tutto negativo al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali su come stava conducendo il Tavolo di partenariato con le parti sociali ed economiche, dopo il 31 dicembre abbiamo dovuto cambiare idea prendendo atto di un processo partecipato formale ma non sostanziale, con troppe lacune ed omissioni”.

Le Associazioni della Coalizione #CambiamoAgricoltura denunciano infatti che non è stata data l’opportunità al Tavolo di partenariato di commentare l’intero impianto del Piano prima dell’invio alla Commissione UE, senza nessun confronto sull’impostazione degli interventi per lo Sviluppo Rurale ed ignorando le osservazioni agli eco-schemi presentate nel corso delle riunioni con le parti sociali. Ancora più grave è il mancato coinvolgimento delle autorità ambientali (Ministero della Transizione Ecologica-MITE e ISPRA) nella definizione della versione finale del PSN trasmesso alla Commissione UE, che sulla base del Regolamento comunitario (art.106, comma 2, lettera b, del Regolamento PAC 2021/2115) avrebbero dovuto essere adeguatamente coinvolte nella preparazione degli aspetti in materia di ambiente e di clima del Piano Strategico Nazionale. Le Associazioni della Coalizione #CambiamoAgricoltura hanno redatto un documento di osservazioni e commenti al PSN, già inviato al MIPAAF ed alla Commissione Europea i cui contenuti saranno presentati e commentati con esperti europei ed accademici italiani in un Convegno on-line il prossimo 17 marzo alle ore 9.00, che potrà essere seguito in diretta sulla pagina Facebook della Coalizione: https://www.facebook.com/CambiamoAgricoltura/. Il programma completo sarà disponibile a breve sul sito www.cambiamoagricoltura.it

In attesa delle osservazioni ufficiali della Commissione Europea al PSN del nostro Paese, che dovrebbero arrivare entro la fine di questo mese, le Associazioni della Coalizione #CambiamoAgricoltura intendono stimolare ancora il dibattito pubblico sulla transizione ecologica della nostra agricoltura, consapevoli dell’urgenza di dover cambiare rotta puntando con maggiore determinazione sull’agroecologia e sulla sovranità alimentare dell’Europa. […]



UFFICIO STAMPA


FederBio

Silvia Voltan
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